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    Ingiunzione di demolizione sottoscritta dal funzionario delegato...a Bologna si può!

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    N. 734/2011 Reg. Prov. Coll.
    N. 1131 Reg. Ric.
    ANNO 2009
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Emilia Romagna (Sezione Seconda) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 1131 del 2009, proposto da:
    P. M., rappresentato e difeso dagli avv. Benedetto Graziosi, Giacomo Graziosi, con domicilio eletto presso Giacomo Graziosi in Bologna, via dei Mille 7/2;
    contro
    Comune di Bologna, rappresentato e difeso dagli avv. Maria Montuoro, Giulia Carestia, con domicilio eletto presso Comune Di Bologna Ufficio Legale in Bologna, via Oberdan 24;
    per l'annullamento
    del provvedimento del Direttore del Settore Urbanistica e Territorio P.G. n. 142207/2009 del 05.06.2009 notificato il 23.06.2009 portante l'annullamento in via di autotutela dell'ordinanza di pagamento di sanzione pecuniaria P.G. n. 291026/2009 nella parte in cui dispone l'ingiunzione di ripristino di opere edilizie abusive;
    nonchè per quanto occorrer possa della delega P.G. 103597/07.
    Visti il ricorso e i relativi allegati;
    Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Bologna;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nell'udienza pubblica del giorno 23 giugno 2011 il dott. Alberto Pasi e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
    FATTO E DIRITTO
    Il ricorrente impugna l'ingiunzione (5.6.09. n. 142207/2009, del Comune di Bologna) a demolire opere edilizie eseguite in parziale difformità dal titolo, in quanto: 1) non preceduta dalla istruttoria di cui all'art. 34/2^ comma D.P.R. 380/01, sulla possibilità di eseguirla senza pregiudizio della parte conforme; 2) avente ad oggetto anche difformità già condonate nel 1997; 3) sottoscritta dal funzionario delegato, per il competente Direttore del Settore Urbanistica e Territorio, sulla base di delega (P.G. 103597/2007) illegittima poiché non sufficientemente circoscritta nell'oggetto, nella durata e nei motivi, in violazione dell'art. 17 del D.L.g.s. 165/01.
    Resiste il Comune di Bologna.
    La prevalente e più recente giurisprudenza, da cui il Collegio non ha ragione di discostarsi, ha chiarito, anche nel vigore del D.P.R. 380/01, che la valutazione sulla possibilità di demolire, ai sensi dell'art. 34, le difformità parziali deve precedere soltanto l'ordine di esecuzione d'ufficio in caso di inottemperanza da parte dell'ingiunto, ma non è necessaria ai fini della prima adozione dell'ingiunzione al responsabile dell'abuso (così TAR Sicilia, Catania, I, 14.1.11, n. 44; TAR Basilicata, 921/08, 340/08 e 779/05; TAR Napoli, IV, 4703/01; TAR Marche, 259/02).
    In nessun caso, poi, la definitività dell'ingiunzione a demolire potrebbe precludere all'interessato di attivare a domanda la valutazione sul pregiudizio alla parte conforme, e sulla sostituibilità della sanzione reale con quella pecuniaria di cui all'art. 34 /2° comma D.P.R. 380/01, per cui la prima censura, oltre che infondata, non appare sorretta da un concreto interesse a dedurla.
    Infondato è pure il terzo ed ultimo motivo in quanto contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, l'applicazione dell'invocato art. 17 D.lgs. n. 165/01 agli enti locali non è diretta, ma mediata dalle disposizioni dello Statuto e del Regolamento del personale. L'art. 27 del D.lgs. n. 165/01 prevede, infatti, che gli ordinamenti locali si adeguino con i propri statuti e regolamenti, nel rispetto delle proprie peculiarità ed autonomia, al principio di separazione delle funzioni di indirizzo da quelle gestionali e amministrative attribuite ai dirigenti.
    L'art. 111 del D.lgs. 267/00 dispone che "gli enti locali, tenendo conto delle proprie peculiarità, nell'esercizio della propria potestà statutaria e regolamentare, adeguano lo statuto e il regolamento ai principi del capo II del D.lgs. N. 29/93 e successive modificazioni (oggi D.lgs. 165/01). Lo statuto del Comune di Bologna specificamente prevede, all'8^ comma dell'art. 44 (titolato "Funzione dirigenziale"), che "i dirigenti hanno facoltà di delegare l'esercizio delle funzioni loro spettanti ai responsabili delle strutture in cui si articolano i settori cui sono preposti" e, in tal senso, dispone anche l'art. 13, 5^ comma del "Regolamento sull'ordinamento generale degli uffici e dei servizi", reiterando, con identica formulazione, quanto già previsto dall'art. 13, 5^ comma del previgente Regolamento approvato il 7/6/2005. Anche gli articoli 5 e 6 della legge 241/90 legittimano disposizioni statutarie e regolamentari che distinguano le funzioni dirigenziali - di amministrazione finalizzata al conseguimento degli obiettivi - da quelle propriamente amministrative, tecniche e di dettaglio, quindi delegabili, necessarie per la minuta attuazione dei programmi.
    Infatti l'art. 5 prevede la facoltà del dirigente di assegnare la responsabilità del procedimento ad altro dipendente addetto all'unità responsabile dell'istruttoria, comprendendo nell'incarico ogni adempimento inerente il procedimento stesso, inclusa l'adozione del provvedimento finale. L'art. 6, alla lettera f), prevede espressamente che tra le competenze del responsabile del procedimento vi è quella di adottare il provvedimento finale.
    E' in applicazione puntuale di tali disposizioni che con l'atto P.G. 103597/07, richiamato nel provvedimento impugnato e depositato in giudizio dal Comune con il n. 16, il competente Direttore del Settore Territorio e Urbanistica ha delegato al responsabile della U.I. Edilizia comunale E. AL. le funzioni di cui all'art. 44, comma 4 lettera g) dello Statuto, relative ai "provvedimenti di sospensione dei lavori, di abbattimento e riduzione in pristino di competenza comunale...".
    Peraltro la legittimità di tale delega, di cui costituisce esercizio il provvedimento in questa sede impugnato, è già stata riconosciuta da questo TAR con sentenza n. 45/11, depositata il 21 gennaio 2011.
    E' invece fondato il secondo motivo, poiché le opere individuate nell'ordinanza di ripristino come "realizzazione sul prospetto nord di un portico in muratura con sovrastante lastrico solare" (punto c del verbale di accertamento 44/01), risultano già condonate nel 1997 (cfr. domanda di condono assentita, docc. 5, 6, 7 del ricorrente e doc. 18 del Comune).
    Replica il Comune che il condono del 1997 riguardava soltanto il sovrastante terrazzo e non il portico, ma l'assunto è smentito dall'esame della planimetria a corredo della domanda, in cui figura anche il portico sottostante al terrazzo, il tutto descritto al punto 3) delle note tecniche come struttura su pilastri di base con ampio terrazzo a servizio del primo piano.
    Dunque in accoglimento del secondo motivo, l'ordine di ripristino deve essere annullato nella sola parte, già sospesa con ordinanza cautelare n. 818/09, relativa al "portico con sovrastante lastrico solare sul prospetto nord dell'edificio" (punto c) del verbale di accertamento 44/01, in atti).
    Le spese vanno compensate in considerazione della reciproca parziale soccombenza.
    P. Q. M.
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per l'Emilia Romagna (Sezione Seconda) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei sensi e nei limiti di cui in motivazione e, per l'effetto, annulla l'atto impugnato nella sola parte sopraindicata.
    Spese compensate.
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso in Bologna nella camera di consiglio del giorno 23 giugno 2011 con l'intervento dei magistrati:
     
    IL PRESIDENTE
    Giancarlo Mozzarelli
    L'ESTENSORE
    Alberto Pasi
    IL CONSIGLIERE
    Bruno Lelli
     
    Depositata in Segreteria il 26 ottobre 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
     

    Trasferimento del pubblico dipendente per assistenza al congiunto disabile: "novità" dal collegato lavoro

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    N. 1103/2011 Reg. Prov. Coll.
    N. 1040 Reg. Ric.
    ANNO 2011
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte (Sezione Prima) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    ex art. 60 cod. proc. amm.;
    sul ricorso numero di registro generale 1040 del 2011, proposto da:
    F. L., rappresentato e difeso dagli avv. Stefano Paladini e Tommaso Fazio, con domicilio eletto presso lo studio dell'avv. Tony Troade in Torino, via Assarotti, 17;
    contro
    Ministero della giustizia, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Torino, domiciliata per legge in Torino, corso Stati Uniti, 45;
    per l'annullamento
    del provvedimento GDAP 0151535-2011, GDAP 2000-13/04/2011-0151535-2011 del 12.4.2011, notificato al ricorrente il 1.6.2011, con il quale il Ministero della giustizia - Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria - Direzione Generale del personale e della formazione - ha negato il trasferimento richiesto dal ricorrente ai sensi e per gli effetti della legge n. 104/92.
    Visti il ricorso e i relativi allegati;
    Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero della giustizia;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nella camera di consiglio del giorno 5 ottobre 2011 il dott. Richard Goso e uditi per le parti i difensori, come specificato nel verbale;
    Sentite le stesse parti ai sensi dell'art. 60 cod. proc. amm.;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
    FATTO E DIRITTO
    1) Il ricorrente è assistente del Corpo di polizia penitenziaria, in servizio presso la Casa circondariale di Asti.
    Con istanza del 22 febbraio 2011, chiedeva di essere trasferito, "in applicazione della legge 104/92", presso la Casa circondariale di Lecce oppure la Casa circondariale di Brindisi, al fine di poter prestare assistenza alla madre affetta da grave e documentato handicap.
    L'istanza è stata respinta con provvedimento del 12 aprile 2011, notificato all'interessato il 1^ giugno 2011, recante la seguente motivazione: "... il verbale della competente Commissione ASL, che ha certificato la condizione di handicap grave ex art. 3 comma 3 della legge in questione, risulta datato 12/09/2001, mentre l'istante risulta in servizio presso una sede inidonea all'assistenza al soggetto diversamente abile in via continuativa dal 17/03/1994 ... il requisito della continuità dell'assistenza prestata dal dipendente, per consolidato indirizzo giurisprudenziale, deve necessariamente essere in atto al momento della richiesta del beneficio, per cui il trasferimento ai sensi del 5^ comma dell'art. 33 della legge va accordato solo al lavoratore che già assista con continuità un familiare portatore di grave handicap e non anche al dipendente che, non assistendo in atto con continuità il soggetto, aspiri al trasferimento proprio al fine di poter instaurare detto rapporto. Tale requisito non appare individuabile nel caso in esame in quanto l'oggettiva lontananza che intercorre tra la sede di servizio ed il domicilio del disabile è considerata ostativa sia in senso spaziale che in senso temporale, con riguardo alla precitata continuità dell'assistenza".
    2) Con ricorso giurisdizionale ritualmente notificato in data 26 luglio 2011, l'interessato ha impugnato il precitato diniego di trasferimento, instando per il suo annullamento, previa sospensione dell'esecuzione, sulla scorta di un motivo di gravame formalmente unico, così rubricato: "Violazione e falsa applicazione dell'art. 33 della legge 5.2.1992, n. 104, come modificato dall'art. 24 della legge 4.11.2010, n. 183; eccesso di potere per difetto di motivazione".
    Il Ministero della giustizia, patrocinato dall'Avvocatura distrettuale dello Stato di Torino, si è costituito in giudizio con comparsa di stile depositata il 4 ottobre 2011, allegando documentazione che, stante la violazione del termine perentorio fissato dall'art. 55, comma 5, cod. proc. amm., non può essere presa in considerazione ai fini del decidere.
    All'udienza camerale del 5 ottobre 2011, fissata per la trattazione dell'istanza cautelare proposta in via incidentale dal ricorrente, il ricorso è stato ritenuto per essere deciso con sentenza in forma semplificata, dopo che i difensori delle parti erano stati sentiti in merito all'intenzione del Collegio di definire il merito della controversia ai sensi dell'art. 60 cod. proc. amm., soluzione consentita dall'oggetto della controversia e dalla completezza dell'istruttoria.
    3) L'Amministrazione resistente ha respinto la richiesta di trasferimento del ricorrente, dichiaratamente finalizzata a consentirgli di prestare assistenza alla madre disabile, a causa della mancanza del presupposto della continuità del rapporto assistenziale.
    Come accennato, infatti, il ricorrente presta servizio presso una casa circondariale ubicata nella regione Piemonte e la sua assegnazione all'attuale sede di servizio è ampiamente antecedente all'accertamento del grave handicap della madre la quale, essendo residente nella regione Puglia, non avrebbe obiettivamente potuto essere assistita con continuità dall'interessato.
    La fattispecie è regolata dall'art. 33, comma 5, della legge 5 febbraio 1992, n. 104 (legge quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate), che, nel testo originario, stabiliva: "Il genitore o il familiare lavoratore, con rapporto di lavoro pubblico o privato, che assista con continuità un parente o un affine entro il terzo grado handicappato, con lui convivente, ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio...".
    La lettera di tale disposizione lasciava chiaramente intendere (come sottolineato dal consolidato orientamento giurisprudenziale cui si fa riferimento nel provvedimento impugnato) che il beneficio dell'avvicinamento della sede lavorativa fosse condizionato, tra gli altri presupposti oggettivi, alla preesistenza di una situazione assistenziale la cui interruzione sarebbe risultata pregiudizievole per la persona portatrice di handicap: ciò implicava l'impossibilità di accordare il trasferimento a fronte di esigenze assistenziali successivamente determinatesi o, comunque, nei casi in cui l'istanza di trasferimento fosse finalizzata ad instaurare il (e non a garantire la continuità del) rapporto assistenziale in favore del disabile.
    L'istituto ha formato oggetto di incisivi interventi di revisione che hanno modificato i requisiti per la concessione del beneficio.
    Da ultimo, per effetto delle modifiche apportate dall'art. 24, comma 1, lett. b), della legge 4 novembre 2010, n. 183 (cd. "collegato lavoro"), la disposizione è stata così riformulata: "Il lavoratore di cui al comma 3" (ossia il lavoratore che assiste il coniuge o un parente o affine entro un determinato grado affetto da handicap grave e non ricoverato a tempo pieno) "ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere...".
    Il legislatore ha rimosso, quindi, ogni riferimento al requisito della "continuità" e ciò comporta che il dipendente (pubblico) possa ottenere il trasferimento, laddove non sussistano altre circostanze impeditive, indipendentemente dalla continuità dell'assistenza prestata al congiunto disabile (Cons. Stato, sez. IV, 5 maggio 2011, n. 2707; T.A.R. Piemonte, sez. I, ord. cautel. 9 settembre 2011, n. 566).
    Tale opzione ermeneutica risulta conforme ai contenuti della circolare n. 13/2010 del Dipartimento della funzione pubblica.
    Ne consegue la valutazione di illegittimità dell'impugnato provvedimento che ha negato la concessione del beneficio unicamente in ragione della mancanza di un presupposto non richiesto dalla normativa vigente al momento della presentazione dell'istanza e a quello dell'adozione del provvedimento conclusivo.
    4) Pur trattandosi di elemento estraneo alla motivazione del provvedimento impugnato, è opportuno precisare come l'istituto in esame non sia stato inciso dal disposto dell'art. 19 della menzionata legge n. 183/2010 che, tra l'altro, ha rinviato a successivi provvedimenti legislativi la definizione dei contenuti del rapporto di impiego e dello stato giuridico del personale delle forze di polizia (alle quali appartiene la polizia penitenziaria) e delle forze armate.
    Tale previsione, infatti, ha carattere essenzialmente programmatico, in quanto richiede che nei successivi interventi legislativi si tenga conto delle specifiche funzioni esercitate da tali categorie di personale, e non vi si può attribuire efficacia parzialmente abrogativa delle disposizioni che disegnano un particolare istituto preordinato alla tutela dei disabili.
    E' evidente, d'altronde, l'ingiustificata disparità di trattamento che, accedendo alla contraria opzione ermeneutica, si verificherebbe a danno dei disabili che risultano parenti del personale delle forze di polizia o delle forze armate (T.A.R. Lazio, Roma, sez. I quater, 23 giugno 2011, n. 5590).
    5) Il ricorso, in conclusione, è fondato e deve essere accolto.
    Le spese di lite seguono la soccombenza e sono equamente liquidate in dispositivo.
    P. Q. M.
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l'effetto, annulla il provvedimento impugnato.
    Condanna l'Amministrazione resistente a rifondere al ricorrente le spese del grado di giudizio che liquida forfetariamente nell'importo complessivo di euro millecinquecento oltre IVA e CPA.
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso in Torino nella camera di consiglio del giorno 5 ottobre 2011 con l'intervento dei magistrati:
     
    IL PRESIDENTE
    Franco Bianchi
    L'ESTENSORE
    Richard Goso
    IL REFERENDARIO
    Ariberto Sabino Limongelli
     
    Depositata in Segreteria il 20 ottobre 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
     

    Vita militare: modalità di valutazione

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    N. 1171/2011 Reg. Prov. Coll.
    N. 2439 Reg. Ric.
    ANNO 2007
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Terza) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 2439 del 2007, integrato da motivi aggiunti, proposto da:
    R. A., rappresentato e difeso dagli avv. Andrea Scuderi e Sergio Cosentino, con domicilio eletto presso il loro studio in Catania, via V. Giuffrida, 37;
    contro
    Ministero della Difesa - Dipartimento Generale Personale Militare, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Catania, presso i cui Uffici è domiciliato per legge in Catania, via Vecchia Ognina, 149;
    per l'annullamento
    - quanto al ricorso introduttivo, del documento valutativo numero 23, relativo al periodo compreso dal 26 agosto 2006 al 15 marzo 2007, nel quale si attesta una valutazione complessiva per il ricorrente "superiore alla media" anziché "eccellente", e degli atti antecedenti o successivi, presupposti, connessi e consequenziali;
    - quanto al primo ricorso per motivi aggiunti, del medesimo provvedimento nonchè del successivo provvedimento compilato il 12 ottobre 2007, consegnato al ricorrente 25 ottobre 2007, e degli atti antecedenti o successivi, presupposti, connessi e consequenziali;
    - quanto al secondo ricorso per motivi aggiunti, della nota del 20 dicembre 2007 di esclusione del ricorrente dalla valutazione per la selezione per l'undicesimo corso ISSMI (Corso Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze), per mancato possesso dei requisiti di cui all'articolo 3, comma 1 del F.O.M. n. 24 del 13 giugno 2007, e degli atti antecedenti o successivi, presupposti, connessi e consequenziali;
    - quanto al terzo ricorso per motivi aggiunti, del verbale del 27 novembre 2007 di esclusione del ricorrente dalla valutazione per la selezione per l'undicesimo corso ISSMI, "ai sensi dell'articolo 2.1 della direttiva applicativa", e degli atti antecedenti o successivi, presupposti, connessi e consequenziali.
    Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;
    Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero della Difesa;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nell'udienza pubblica del giorno 19 aprile 2011 il dott. Maria Stella Boscarino e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
    FATTO
    Con il ricorso introduttivo, il ricorrente, Capitano di Corvetta la in servizio presso il Nucleo Supporto Sommergibili di Augusta dal settembre 2007, impugnava la scheda valutativa n. 23, relativa al periodo compreso dal 26 agosto 2006 al 15 marzo 2007, nella quale si attestava una valutazione complessiva per il ricorrente "superiore alla media" anziché "eccellente", deducendone vari profili di illegittimità.
    Successivamente alla proposizione del ricorso, l'Amm.ne annullava in autotutela detta scheda, sostituendola con un nuovo documento caratteristico, compilato il 12 ottobre 2007, consegnato al ricorrente 25 ottobre 2007, ma il ricorrente, ritenendo lo stesso affetto da numerosi vizi, lo impugnava con primo ricorso per motivi aggiunti.
    Con il secondo ricorso per motivi aggiunti, il ricorrente ricorreva avverso la nota del 20 dicembre 2007 di esclusione dalla valutazione per la selezione per l'undicesimo corso ISSMI (Corso Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze); l'esclusione veniva motivata dal mancato possesso dei requisiti di cui all'articolo 3, comma 1 del F.O.M. n. 24 del 13 giugno 2007, con riferimento alla scheda valutativa relativa al periodo compreso dal 26 agosto 2006 al 15 marzo 2007, nella quale il ricorrente era stato valuto "superiore alla media" anziché "eccellente".
    Con un terzo ricorso per motivi aggiunti, il ricorrente impugnava il verbale del 27 novembre 2007 di esclusione dalla valutazione per la selezione per l'undicesimo corso ISSMI, "ai sensi dell'articolo 2.1 della direttiva applicativa".
    L' Amm.ne si costituiva in giudizio, producendo documenti e memoria.
    Le parti hanno poi prodotto memorie e documenti in vista dell'Udienza di merito.
    Quindi, all'Udienza del giorno 19 aprile 2011 il ricorso è stato trattenuto in decisione.
    DIRITTO
    I. Come riportato nelle premesse, il ricorso introduttivo è volto all'annullamento della scheda valutativa n. 23 afferente al periodo dal 26 agosto 2006 al 15 marzo 2007, nella parte in cui riconosce al ricorrente una qualifica superiore alla media e del relativo giudizio finale, nonché degli atti presupposti e connessi.
    Come già esposto sopra, successivamente alla proposizione del ricorso, l'Amm.ne annullava in autotutela detta scheda, sostituendola con un nuovo documento caratteristico, compilato il 12 ottobre 2007: pertanto, il ricorso introduttivo è divenuto improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse.
    II. Il ricorrente, ritenendo il documento caratteristico compilato il 12 ottobre 2007 affetto dai medesimi vizi già dedotti con il ricorso introduttivo, lo ha impugnato con il primo ricorso per motivi aggiunti, notificato il 5 dicembre 2007 e depositato il 12 dicembre 2007.
    Il ricorrente lamenta, con unica articolata censura, violazione del d.p.r. n. 213/2002 ed eccesso di potere sotto svariati profili.
    Il Collegio ritiene infondati tutti i profili di censura sollevati.
    Quanto alla doglianza secondo la quale nessun giudizio avrebbe potuto essere espresso in quanto al ricorrente nel periodo in questione non era stato assegnato alcun incarico specifico e comunque adeguato alla sua professionalità, con conseguente obbligo di astensione in capo al compilatore, il Collegio ritiene irrilevante la circostanza dell'assegnazione o meno di specifici compiti al fine dell'ottemperanza all'obbligo di redazione dei documenti caratteristici, i cui presupposti sono chiaramente indicati negli artt. 4 e 5 del d.p.r. citato.
    Com'è noto, i militari sono sottoposti a valutazione mediante la compilazione di documenti caratteristici i quali hanno lo scopo di registrare tempestivamente il giudizio personale diretto ed obiettivo dei superiori sui servizi prestati e sul rendimento fornito dal militare, rilevando le capacità e attitudini dimostrate ed i risultati conseguiti. I documenti caratteristici sono costituiti dalla scheda valutativa, dal rapporto informativo e dal foglio di comunicazione per gli ufficiali ed i sottufficiali; dal foglio matricolare, dallo specchio valutativo e dal rapporto informativo per i militari di truppa. I giudizi espressi nella scheda valutativa si concludono con l'attribuzione di una delle seguenti qualifiche: eccellente, superiore alla media, nella media, inferiore alla media, insufficiente.
    Il modello dei documenti caratteristici, gli elementi in base ai quali compilarli, i periodi di tempo e gli altri casi in cui vanno compilati, le autorità competenti alla compilazione e alla revisione degli stessi sono stabiliti (per l'Esercito, la Marina, l'Aeronautica e l'Arma dei carabinieri) dal D.P.R. 8 agosto 2002 n. 213 ("Regolamento recante disciplina per la redazione dei documenti caratteristici del personale appartenente all'Esercito, alla Marina, all'Aeronautica e all'Arma dei carabinieri"che ha abrogato e sostituito il d.P.R. 15 giugno 1965 n. 1431), le cui disposizioni si applicano a decorrere dal 1 novembre 2002 (e che oggi risultano trasfuse nel D.Lgs. 15-3-2010 n. 66, recante il "Codice dell'ordinamento militare; cfr. artt. 1025 e segg.).
    Venendo agli ulteriori profili di censura articolati dal ricorrente, occorre premettere che la Giurisprudenza ha precisato che i documenti caratteristici contengono apprezzamenti che, pur fondandosi sulla totalità della condotta del militare, necessariamente prescindono dai singoli accadimenti, in quanto l'esigenza di circostanziare le mancanze riscontrate trova un limite nella natura delle schede valutative, che non sono cronache di avvenimenti, né costituiscono un articolato rendiconto delle attività del dipendente nel periodo considerato (T.A.R. Emilia Romagna Parma, sez. I, 09 aprile 2008, n. 215).
    Le schede valutative e gli altri documenti periodici, basati ex lege su moduli, aggettivazioni e voci valutative precostituite, hanno, tra l'altro, il compito di illustrare le valutazioni dei compilatori in ordine alla personalità del militare ed alle sue qualità morali, culturali e professionali, caratteristiche che emergono dai comportamenti e dal complesso del servizio svolto nel periodo considerato ai fini valutativi, senza, quindi, che sia necessario un elenco analitico di fatti o circostanze relative alla carriera del militare, e nemmeno l'assegnazione di specifici compiti, ben potendo essere sufficiente l'osservazione del militare il quale rimanga "a disposizione" dei superiori.
    Ciò detto, appare altresì infondato il richiamo all'istituto dell'astensione.
    L'art. 9 comma 1, lett. d), d.P.R. 15 giugno 1965 n. 1431 (poi sostituito con identica formulazione dall'art. 3 comma 1, lett. d, d.P.R. 8 agosto 2002 n. 213), non esaurisce l'intera disciplina dell'obbligo di astensione di compilatori e revisori, giacché essa costituisce espressione di un principio generale di trasparenza ed imparzialità,onde assicurare che il giudizio espresso sia sereno e non influenzato da circostanze che nulla hanno a che fare con il rendimento e le caratteristiche personali del valutato (tra le più recenti, T.A.R. Lombardia Milano, sez. III, 25 gennaio 2010, n. 153).
    Ma nel caso in questione, nessuna violazione di detto principio generale viene dedotta dal ricorrente, il quale erroneamente ritiene che, nel suo caso, l'obbligo di astensione scaturirebbe dalla mancanza di elementi sui quali basare il giudizio.
    Ne consegue l'infondatezza di tale ricostruzione.
    Infine, infondato si appalesa pure l'ultimo profilo di censura, relativo alla pretesa illegittimità della redazione del documento di valutazione da parte di un ufficiale di pari grado e pari decorrenza amministrativa del ricorrente.
    In disparte la circostanza che il profilo è stato irritualmente evidenziato in memoria, e non introdotto tempestivamente in sede di ricorso, in ogni caso lo stesso risulta infondato in punto di fatto, atteso che, come riporta lo stesso ricorrente, il divieto della compilazione dei documenti caratteristici previsto dall'articolo 3 comma 1 del d.p.r. 213/2002 riguarda il militare che rispetto al giudicando, a parità di grado, abbia minore anzianità assoluta o relativa, viceversa l'ufficiale compilatore, secondo quanto ammesso dallo stesso ricorrente, è in possesso della medesima anzianità assoluta.
    Quanto alla doglianza relativa al peggioramento dei giudizi rispetto alle precedenti e più favorevoli valutazioni, il Collegio ritiene di richiamarsi sul punto agli orientamenti giurisprudenziali anche della Sezione, ed in particolare, anzitutto, alla Giurisprudenza della Sezione secondo la quale "la valutazione costante degli appartenenti alle Forze dell'Ordine è basata sulla compilazione … di schede nelle quali, attraverso l'analisi di singole componenti, si giunge ad un giudizio complessivo sull'attività lavorativa prestata nel periodo di riferimento e nelle predette schede di valutazione i presupposti di fatto e le risultanze dell'istruttoria legittimamente non vengono evidenziate attraverso la compilazione di una motivazione di tipo discorsivo, bensì tramite l'attribuzione di giudizi a specifici profili della personalità e dell'attività lavorativa svolta dal dipendente, nonché con l'indicazione finale di un giudizio complessivo, sindacabile entro i limiti ristretti della manifesta abnormità, discriminatorietà o travisamento dei presupposti di fatto, attesa l'ampia discrezionalità di cui gode l'amministrazione (in termini T.A.R. Sicilia Catania, sez. III, 04 dicembre 2007, n. 1960).
    L'orientamento della Sezione si pone nel solco della costante giurisprudenza, secondo la quale i giudizi, formulati sugli ufficiali, sottufficiali e militari di truppa delle forze armate dai superiori gerarchici con le schede valutative, sono caratterizzati da discrezionalità tecnica, comportando un attento apprezzamento delle capacità e delle attitudini proprie della vita militare dimostrate in concreto; pertanto, impingendo direttamente nel merito dell'azione amministrativa, sono soggetti al sindacato di legittimità del giudice amministrativo solo entro i limiti ristretti della manifesta abnormità, discriminatorietà o travisamento dei presupposti di fatto (tra le più recenti, Consiglio Stato, sez. IV, 09 marzo 2011, n. 1519).
    Il giudizio complessivo espresso dal compilatore e dal revisore può essere estremamente sintetico, trovando una puntuale corrispondenza nelle aggettivazioni che descrivono i singoli elementi analiticamente elencati nelle parti delle scheda afferenti alle qualità fisiche, morali, professionali, culturali e specifiche (cfr., Cons. St., sez. IV, 20 dicembre 2005 n. 7217). Per costante giurisprudenza, inoltre, i giudizi possono variare, senza che sia configurabile, per ciò solo, il vizio di eccesso di potere per contraddittorietà tra il giudizio successivo e quelli espressi nel periodo precedente e senza che sussista, a riguardo, alcun obbligo di motivazione specifica (cfr., Cons. St., sez. IV, 9 ottobre 2002 n. 5353; id., 22 febbraio 2002 n. 991; TAR Lombardia, Milano, sez. I, 15 novembre 2002 n. 4420; TAR Toscana, sez. I, 1° febbraio 2005 n. 496).
    Ancora più decisamente, la Giurisprudenza ha ritenuto "inammissibili le argomentazioni dirette a censurare il merito delle valutazioni, assolutamente discrezionali, operate dai redattori dei contestati documenti caratteristici (T.A.R. Emilia Romagna Bologna, sez. I, 22 aprile 2008, n. 1528) ".
    Ciò posto, il collegio ritiene l'operato dell'Amministrazione, nel caso specifico, immune da rilievi.
    In primo luogo, come detto, nessuna comparazione può esser fatta tra giudizi relativi a rapporti informativi che riguardino periodi di servizio diversi e tra loro autonomi (Cons Stato, IV, 10/12/2007 n. 6330).
    In secondo luogo, richiamati i principi giurisprudenziali sopra riportati, dai quali il Collegio non ritiene discostarsi, non si ravvisa nell'operato dell'Amm.ne il vizio di eccesso di potere, atteso che l'interessato non comprova la sussistenza di profili caratteriali, personali o professionali tali da far emergere "ictu oculi" (ossia nei limiti del sindacato di pura legittimità) l'inadeguatezza della valutazione attribuitagli.
    In definitiva, alla luce del costante orientamento giurisprudenziale, secondo il quale i giudizi formulati dai superiori gerarchici con le schede valutative sono espressione di discrezionalità tecnica, comportando una attenta valutazione delle capacità e delle attitudini proprie della vita militare, dimostrate concretamente dal Militare, che come tali impingono direttamente nel merito dell'azione amministrativa e quindi sfuggono alle censure di legittimità, salvo che non siano arbitrari, irrazionali, illogici ovvero basati su un evidente travisamento di fatti, le censure risultano infondate.
    IV. Il secondo e terzo ricorso per motivi aggiunti risultano infondati.
    Con il secondo ricorso per motivi aggiunti il ricorrente ha impugnato la nota del 20 dicembre 2007 di esclusione dalla valutazione per la selezione per l'undicesimo corso ISSMI (Corso Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze), per mancato possesso dei requisiti di cui all'articolo 3, comma 1 del F.O.M. n. 24 del 13 giugno 2007.
    Con il terzo ricorso per motivi aggiunti il ricorrente ha impugnato il verbale del 27 novembre 2007 di esclusione dalla valutazione per la selezione per l'undicesimo corso ISSMI, "ai sensi dell'articolo 2.1 della direttiva applicativa", atto conosciuto successivamente la proposizione della secondo ricorso per motivi aggiunti.
    Entrambi i gravami sostengono l'illegittimità dell'esclusione, avvenuta in esecuzione della disposizione generale (Foglio d'ordine della Marina Militare numero 24/2007, articolo 3, comma 1), la quale, ai fini dell'ammissione al corso in questione, richiede l'aver conseguito la qualifica di "eccellente" negli ultimi tre anni di servizio documentati.
    Ma il rigetto del primo ricorso per motivi aggiunti avverso il documento caratteristico impugnato determina l'infondatezza degli ulteriori motivi aggiunti avverso l'esclusione in questione, avvenuta in coerenza con quanto prescrive la disposizione di carattere generale avuto riguardo ai requisiti di ammissione.
    V. Conclusivamente, il ricorso introduttivo viene dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse, i motivi aggiunti vengono respinti.
    Ragioni di equità, avuto riguardo alla natura della controversia ed alla oggettiva complessità della fattispecie, inducono il Collegio a disporre l'integrale compensazione di spese ed onorari di giudizio.
    P. Q. M.
    definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, e sui connessi motivi aggiunti, dichiara improcedibile il ricorso introduttivo e rigetta i ricorsi per motivi aggiunti.
    Spese compensate.
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso in Catania nella camera di consiglio del giorno 19 aprile 2011 con l'intervento dei magistrati:
     
    IL PRESIDENTE
    Calogero Ferlisi
    L'ESTENSORE
    Maria Stella Boscarino
    IL CONSIGLIERE
    Gabriella Guzzardi
     
    Depositata in Segreteria il 12 maggio 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
     

    Incarichi dirigenziali ex art. 19 D.Lgs. 165/2001

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    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Emilia Romagna sezione staccata di Parma (Sezione Prima) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 216 del 2008, proposto da G. M., rappresentato e difeso dall'avv. Luciana Guareschi, con domicilio eletto presso l'avv. Luciana Guareschi in Parma, Borgo Regale 1 c/o Studio Volponi;
    contro
    Il Ministero della Difesa, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Bologna, domiciliata per legge in Bologna, via Guido Reni 4;
    per l'annullamento
    del provvedimento del Ministero della Difesa, Direzione generale per il personale militare, prot. M-D GMIL II 5 1 0391072 del 28.07.2008 di mancato accoglimento dell'istanza di collocamento in aspettativa presentata dal ricorrente, in parte qua e nelle parti indicate nei motivi di ricorso;
    di ogni altro atto presupposto, conseguente o comunque connesso.
    Visti il ricorso e i relativi allegati;
    Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero della Difesa;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatrice nell'udienza pubblica del giorno 26 gennaio 2011 la dott.ssa Emanuela Loria e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
    FATTO E DIRITTO
    Il ricorrente è Tenente dell'Arma dei Carabinieri e presta servizio quale Ufficiale in Servizio permanente, comandando il Nucleo Antisofisticazioni e Sanità dei Carabinieri di Parma.
    In data 12 giugno 2008 il Sindaco di Parma, avvertito l'interessato, inoltrava apposita richiesta al Ministero della Difesa, evidenziando la inderogabile necessità di avere la disponibilità del Tenente G. M. per fargli assumere la Direzione del Settore Sicurezza del Comune di Parma con decorrenza dal 1^ agosto 2008; l'assunzione sarebbe avvenuta a tempo determinato ai sensi dell'articolo 110 del D.lgs. 267/2000 e a seguito di collocazione in aspettativa del ricorrente ai sensi dell'articolo 119, comma 6 del d.lgs. 165/2001.
    In data 12 giugno 2008 il ricorrente inoltrava, al Ministero della Difesa, richiesta di collocamento in aspettativa senza assegni ai sensi dell'articolo 119, comma 6 D.lgs. 165/2001 con decorrenza dal 01 agosto 2008 per assumere l'incarico dirigenziale a tempo determinato di Dirigente del Settore Sicurezza del comune di Parma ai sensi dell'art. 110 del d.lgs. 267/2000.
    In data 31 luglio 2008 veniva notificato al ricorrente il provvedimento in data 28 luglio 2008 del Ministero della Difesa, Direzione Generale per il personale militare, con il quale è stata respinta l'istanza di collocamento in aspettativa senza assegni del ricorrente.
    Con il ricorso in epigrafe, notificato in data 29 agosto 2008 e depositato in data 08 settembre 2008 il ricorrente ha impugnato il citato provvedimento dolendosi per i seguenti motivi di diritto:
    1. Violazione del d.lgs. 30 marzo 2001 n. 165 e in specie e tra l'altro degli artt. 3 e 19, nonché violazione del d.lgs. n. 267/2000 e in specie e tra l'altro dell'art. 110 del D.P.R. 8 agosto 2002 n. 213. Il provvedimento impugnato sarebbe stato emanato in violazione dell'art. 3 del d.lgs. 165/2001 in quanto sposa l'interpretazione per cui il personale militare e delle Forze di Polizia sarebbe sottratto integralmente dall'applicazione della disciplina del d.lgs. 165/2001; così pure sarebbe errata l'interpretazione data all'articolo 19 del medesimo decreto legislativo secondo cui tale norma si riferirebbe solo a incarichi di direzione di uffici di amministrazioni statali e non anche agli enti locali territoriali; così pure vi sarebbe stata un'erronea interpretazione dell'articolo 110 d.lgs. 267/2000 secondo cui tale norma escluderebbe che incarichi dirigenziali di enti locali possano essere attribuiti ad appartenenti ad amministrazioni pubbliche.
    2. Violazione dell'art. 10 bis legge 241/1990 - eccesso di potere per illogicità manifesta e difetto di motivazione. Il provvedimento è illegittimo in quanto al ricorrente non è stata data alcuna previa comunicazione in ordine al rigetto della sua istanza, circostanza che ha impedito di formulare osservazioni e produrre documenti come invece previsto dall'art. 10 bis l. 241/1990 s.m.i.
    Si è costituita in giudizio l'amministrazione a mezzo dell'Avvocatura dello Stato, chiedendo che il ricorso sia respinto in quanto infondato.
    Alla pubblica udienza del 26 gennaio 2011 il ricorso è stato trattenuto in decisione.
    Il ricorso deve essere accolto.
    Esso appare fondato sotto il rilevato profilo della violazione e erronea interpretazione dell'articolo 19 del d.lgs. 165/2001 da parte dell'amministrazione resistente: tale disposizione prevede che gli incarichi dirigenziali possono essere conferiti, da ciascuna amministrazione, fornendone esplicita motivazione, a tempo determinato, a persone di particolare e comprovata qualificazione professionale, non rinvenibile nei ruoli dell'Amministrazione. La durata di tali incarichi, comunque, non può eccedere, per gli incarichi di funzione dirigenziale di cui ai commi 3 e 4, il termine di tre anni, e per gli altri incarichi di funzione dirigenziale il termine di cinque anni. Il personale, in questi casi, è collocato in aspettativa senza assegni presso l'amministrazione di appartenenza e continua a occupare il relativo posto nella dotazione organica.
    L'amministrazione, nel provvedimento impugnato, opina nel senso che la norma si riferisce a incarichi di direzione degli uffici delle amministrazioni centrali dello Stato con esclusione degli Enti locali, i quali sarebbero portatori di un'autonoma e distinta soggettività giuridica, la cui azione amministrativa è diretta verso interessi diversi da quelli delle Amministrazioni dello Stato.
    Ed ancora, la citata previsione, nel prevedere una disciplina del tutto tipica in materia di conferimento degli incarichi dirigenziali (professionalità e specializzazione) che devono indirizzarne l'assegnazione, non fa alcun richiamo alla possibilità di attribuire tale tipologia di incarico a personale non appartenente alle amministrazioni centrali dello Stato, segnatamente a quello militare.
    Le argomentazioni sopra richiamate non sono condivisibili, in quanto la disposizione legislativa di cui si è detto riguarda il conferimento di incarichi dirigenziali a soggetti esterni all'amministrazione e può essere esteso anche al conferimento di tali incarichi nell'ambito degli enti locali. Il ragionamento seguito dall'amministrazione costituita in ordine alla diversità degli interessi pubblici perseguiti non può essere condiviso, in quanto, seguendo tale ragionamento, dovrebbe affermarsi la ostatività di questa forma di conferimento degli incarichi anche nell'ambito delle amministrazioni centrali che perseguono talvolta distinti interessi pubblici.
    Quanto alla possibilità di conferire questo genere di incarichi al personale dell'amministrazione della difesa e delle forze di polizia, la specificità di tale categoria di dipendenti pubblici non viene messa in discussione dal conferimento di incarichi dirigenziali “a termine” da parte di altre amministrazioni. Tali incarichi, peraltro rigorosamente a tempo determinato, rappresentano momenti di crescita della vita professionale, sia pure nell'ambito della cura dell'interesse pubblico, da cui non può rimanere avulso il personale militare, pena un ingiustificato diverso trattamento rispetto alle altre categorie ricomprese nel pubblico impiego nel senso più ampio dell'espressione.
    L'art. 19 citato inoltre non effettua una differenziazione tra il personale contrattualizzato e quello non contrattualizzato, ma contiene solo un'elencazione dei requisiti che devono essere posseduti per ricoprire l'incarico di funzione a tempo determinato. Tra questi requisiti vi è la particolare specializzazione professionale, derivante, tra l'altro, da concrete esperienze di lavoro maturate, anche presso amministrazioni statali, in posizioni funzionali previste per l'accesso alla dirigenza: ipotesi in cui rientra, per l'appunto, il caso del ricorrente, la cui professionalità appare in linea con l'incarico proposto dall'amministrazione comunale di Parma.
    Il Collegio conclusivamente ritiene che la corretta interpretazione dell'art. 19 sia nel senso che gli incarichi dirigenziali possono essere espletati dai dipendenti dello Stato anche non contrattualizzati nell'ambito di pubbliche amministrazioni tra cui rientrano anche gli enti locali.
    L'interpretazione estensiva è stata, del resto, seguita anche dall'amministrazione resistente in altra circostanza documentata dal ricorrente (decreto in data 22 aprile 2005 del Ministero della Difesa, Direzione centrale per il personale militare, II reparto).
    Alla luce di tali argomenti il ricorso deve essere accolto, con assorbimento delle rimanenti censure e con compensazione delle spese di giudizio, in considerazione del differente esito della fase cautelare.
    P. Q. M.
    definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie per l'effetto annulla, in parte qua, l'impugnato provvedimento.
    Spese compensate.
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso, in Parma, nella camera di consiglio del giorno 26 gennaio 2011 con l'intervento dei magistrati:
     
    IL PRESIDENTE
    Michele Perrelli
    L'ESTENSORE
    Emanuela Loria
    IL CONSIGLIERE
    Italo Caso
     
    Depositata in Segreteria il 1 marzo 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
     

    Procedimento disciplinare: diritto al rimborso delle spese legali?

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    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte (Sezione Prima) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 1259 del 2008, proposto da:
    M. M., rappresentato e difeso dall'avv. Mariateresa Quaranta, con domicilio eletto presso di lei in Torino, via Torricelli, 12;
    contro
    Ministero dell'Economia e delle Finanze, Comando Generale della Guardia di Finanza non costituiti in giudizio.
    per l'annullamento
    - a) della determinazione n. 175454/08 in data 29.5.2008, del Capo del I Reparto del Comando Generale della Guardia di Finanza, con cui si è determinato che "l'istanza presentata dal Capitano M. M. è accolta limitatamente all'importo ritenuto congruo dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Bari";
    - b) per quanto possa occorrere, del parere dell'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Bari citato nella determinazione di cui sopra, con cui l'Avvocatura distrettuale ha così disposto "esaminati gli atti, valutato nel complesso l'impegno profuso dal difensore del dipendente in oggetto anche in rapporto alla durata ed all'esito del procedimento penale, si ritiene che competa all'istante il rimborso delle spese legali nella misura di euro 96.500,00 oltre IVA e CPA. Nulla compete al dipendente per quanto attiene alle spese occorse per la propria difesa davanti all'Organo disciplinare, atteso che il relativo procedimento non ha natura giurisdizionale", atti tutti che sono stati comunicati al ricorrente in data 30.6.2008;
    - c) per quanto possa occorrere, della nota n. 86718 del 14.3.2008, richiamata alla nota n. 175454/08, con cui lo stesso Comando Generale ha comunicato al ricorrente che "allo stato osta al pieno accoglimento (dell'istanza) il fatto che il procedimento disciplinare ex artt. 16 e 17 delle disposizioni di attuazione del c.p.p. n. 3/2005 celebrato presso la Corte d'Appello di Bari (...) non rientra nei giudizi di responsabilità civile, penale ed amministrativa contemplati dall'art. 18";
    - d) di ogni altro atto presupposto, preparatorio, connesso o conseguenziale
    e per il conseguente accertamento
    del diritto del ricorrente al rimborso delle spese legali nella misura di euro 58.080,00, indicata nelle parcelle allegate alla richiesta o in quella diversa, comunque superiore a quella illegittimamente riconosciuta come congrua all'Avvocatura dello Stato, con il parere sopra indicato, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria.
    Visti il ricorso e i relativi allegati;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nell'Udienza pubblica del giorno 2 dicembre 2010 il Referendario Avv. Alfonso Graziano e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
    FATTO E DIRITTO
    1. Con il gravame in epigrafe il Cap. M. M. impugna la determinazione del Comando generale della Guardia di Finanza con la quale la sua istanza di rimborso delle spese legali sostenute per la difesa in un procedimento penale e correlativo procedimento disciplinare in relazione a fatti commessi nell'esercizio delle sue funzioni, veniva accolta limitatamente all'importo di euro 9.650.000 mentre nulla era dichiarato dovuto per la fase disciplinare stante la natura non giurisdizionale della medesima.
    Non si costituiva in giudizio l'Amministrazione centrale e alla pubblica Udienza del 2.12.2010 sulle conclusioni del ricorrente e sulla Relazione del Referendario Avv. Alfonso Graziano il gravame è stato spedito in decisione.
    2.1. Il ricorso si dipana attraverso tre motivi i cui primi due possono essere trattati congiuntamente a motivo dell'omogeneità delle relative censure. Rubricano violazione dell'art. 3 della L. n. 241/1990, dell'art. 18 del d.l. n. 67/1997 ed eccesso di potere per motivazione insufficiente ed incongrua, erroneità dei presupposti, illogicità del parere dell'Avvocatura distrettuale dello Stato, irrazionalità e travisamento.
    Premesso che il ricorrente è stato imputato per falso ideologico per avere attestato di aver ottenuto il nulla osta del P.M. all'espulsione di alcune cittadine straniere contestualmente indagate per possesso di sostanze stupefacenti, veniva successivamente assolto con sentenza del Tribunale penale di Lucera perché il fatto non sussiste e perché - in relazione ad altro contestuale capo di imputazione - il fatto non costituisce reato. Veniva altresì prosciolto dall'inchiesta disciplinare parallelamente avviata.
    Al che presentava istanza di rimborso delle spese legali corrisposte all'Avv. Carlo Taormina che aveva difeso il deducente in sostituzione di altro avvocato. La parcella ammontava complessivamente ad euro 58.000 circa per tre anni di attività defensionale.
    2.2. L'Amministrazione adduceva nel provvedimento censurato il parere dell'Avvocatura distrettuale di Bari, la quale assumeva che "valutato nel complesso l'impegno profuso dal difensore del dipendente in oggetto, anche in rapporto alla durata e all'esito del procedimento, si ritiene che competa all'istante il rimborso delle spese legali nella misura di euro 9.650,00 oltre IVA e CPA".
    Il terzo motivo di gravame è diretto contro la seconda parte del citato parere.
    3.1. Orbene, il ricorrente lamenta i suindicati profili di eccesso di potere sostenendo che il parere dell'Avvocatura di Stato, pur nella sua discrezionalità, deve contenere adeguata motivazione, in osservanza del canone dell'affidamento e della effettività della tutela ed è sindacabile dal giudice per manifesta illogicità, insufficiente motivazione ed errore di fatto, all'uopo invocando T.A.R. Lazio, III, n. 5903/2007.
    Assume in particolare il deducente che la sopra riportata affermazione dell'Avvocatura dello Stato di Bari si risolverebbe in una clausola di stile, non avendo tenuto nel minimo conto l'importanza delle questioni giuridiche trattate, la lunghezza del procedimento e gli altri aspetti, come la qualità dell'opera professionale prestata e il vantaggio conseguito dall'incolpato.
    3.2. Ritiene la Sezione che siffatte doglianze non colgano nel segno e vadano quindi disattese.
    Invero non è esatto che il parere impugnato non abbia considerato i fattori invocati dal ricorrente e appena ricordati.
    A ben guardare, invece, l'organo tecnico dà adeguatamente atto di aver valutato "l'impegno profuso dal difensore", impegno che, all'evidenza, non può prescindere dal suo contenuto, o meglio dagli aspetti in cui si è estrinsecato, ossia la delicatezza delle questioni trattate.
    E' stata parimenti valutata sia la durata dell'incarico che il vantaggio che il deducente ha ricavato dall'attività professionale del prof. Taormina, posto che l'Avvocatura riconosce di aver tenuto conto della durata del procedimento e del relativo esito.
    3.3. Rammenta al riguardo in punto di diritto la Sezione come la problematica del rimborso delle spese legali sostenute in occasione di procedimenti per responsabilità civile, penale o amministrativa dei dipendenti pubblici, si dipani sulla difficile coesistenza e sul contrapposto svolgersi delle istanze di garanzia per il dipendente accusato e di tutela delle finanze pubbliche, imponendosi una valutazione e un'opera di bilanciamento di tali contrapposti interessi, finalizzata a scongiurare il rischio, anche il più remoto, che i difensori del dipendente poi prosciolto possano lucrare una posizione di vantaggio connessa al verosimile contegno del patrocinato, che una volta assolto chiederà senz'altro allo Stato il rimborso delle spese legali sostenute.
    Vi è sullo sfondo l'esigenza di evitare che il difensore possa in qualche modo giovarsi del ruolo di garantito rivestito dal suo cliente e di garante che invece assume lo Stato onde presentare al primo parcelle evidentemente confezionate in virtù del successivo previsto rimborso pubblico.
    3.4. Nelle divisate istanze risiede infatti la ratio dell'obbligatorietà del parere di congruità commesso all'Avvocatura dello Stato, alla quale la legge affida l'espressione di un giudizio di natura squisitamente discrezionale, il quale può sì essere oggetto del sindacato del Giudice amministrativo ma nei limiti che astringono il sindacato delle valutazioni tecnicamente discrezionali, rigidamente circoscritti alla palese erroneità, al travisamento all'errore sui presupposti e all'illogicità.
    Nel caso al vaglio del Collegio non pare che siffatti argini siano stati valicati dell'organo tecnico- legale dello Stato, il quale ha per il vero a sufficienza esternato i parametri entro i quali ha condotto il relativo giudizio di congruità, individuandoli nell'impegno profuso dal professionista, nella durata del procedimento e nell'esito particolarmente favorevole dello stesso.
    3.5. Non richiede la norma di cui all'art. 18 del D.L. n. 67/1997, ad avviso del Tribunale, un ulteriore quantum motivazionale, né l'ulteriore condizione od onere che la parcella del professionista venga partitamente e dettagliatamente contestata.
    Non va del resto sottaciuto che appare operazione di un certo spessore l'aver triplicato i massimi della tariffa professionale, come il ricorrente dichiara che ha fatto il prof. Taormina per traguardare i 58.000 euro circa di importo di parcella.
    Semmai, osserva il Collegio, era siffatta operazione di triplicazione del massimo a dover essere assistita da adeguato corredo motivazionale.
    Conclusivamente il giudizio dell'Avvocatura di Stato si profila idoneamente motivato e sfugge alle dedotte censure di eccesso di potere e difetto di motivazione svolte con il primo e il secondo motivo di gravame che si profilano dunque infondati e vanno conseguentemente respinti.
    4.1. Al terzo motivo il ricorrente affida la contestazione che muove alla parte del parere, recepita nel provvedimento gravato, secondo la quale non spetta all'istante alcun rimborso per la difesa espletata in seno al procedimento disciplinare, poiché esso non ha natura disciplinare. Siffatta affermazione avrebbe nella tesi del ricorrente violato i principi fondamentali in subiecta materia, che vanno individuati nell'esigenza di scongiurare la paralisi dell'azione del pubblico dipendente.
    4.2. La censura non persuade la Sezione e va parimenti disattesa.
    Ad avviso del Collegio è la stessa lettera della legge a fugare ogni dubbio circa la pertinenza del diritto al rimborso delle spese legali ai soli ambiti processuali, con esclusione delle fasi amministrative, quali quella disciplinare.
    Invero, la norma attribuisce il diritto - condizionato al previo parere di congruità dell'organo tecnico - al rimborso delle spese legali "relative a giudizi per responsabilità civile, penale e amministrativa". Ora, nessun dubbio riguardo alle prime due tipologie di responsabilità. Esse si iscrivono infatti pacificamente nell'alveo processuale
    Quanto alla responsabilità amministrativa è pacifico che la stessa abbia ad oggetto la responsabilità per danno erariale, non potendo all'evidenza, essere estesa alla responsabilità disciplinare.
    E' del resto noto che la Corte Costituzionale nel respingere le questioni di costituzionalità delle norme dell'ordinamento della Polizia di Stato che escludono che al procedimento disciplinare si applichino le garanzie sul diritto di difesa - quali quella di nominare difensore un avvocato del libero Foro - ha affermato la natura amministrativa e non giurisdizionale del procedimento disciplinare. La Consulta ha infatti giudicato non fondata la questione di legittimità costituzionale della norma di cui all'art. 20, comma 2 del D.P.R. 25.10.1981, n. 737, la quale, relativamente ai dipendenti della Polizia di Stato, inibisce all'incolpato di violazione disciplinare di farsi assistere da un avvocato, consentendogli di affidare la difesa unicamente ad altro dipendente dell'Amministrazione degli Interni appartenente ai ruoli della Polizia.(Corte Cost., 30 maggio 2008, n. 182).
    4.3. Segnala il Collegio che la giurisprudenza ha di recente negato il diritto al rimborso delle spese sostenute per la difesa in procedimenti disciplinari sul rilievo della natura non giurisdizionale del relativo procedimento. Si è precisato che "ai sensi dell'art. 18 l. 25 marzo 1997, n. 67, è legittimo il diniego di rimborso delle spese legali sostenute da un pubblico dipendente in un giudizio dallo stesso instaurate avverso sanzioni disciplinari a lui inflitte" (T.A.R. Umbria, Sez. I, 5 settembre 2008, n. 555).
    Più di recente si è operata una ricostruzione della natura del procedimento disciplinare in linea con quanto testé chiarito, ritenendosi che "3.1. Tale disposizione, come precisato dalla giurisprudenza, condivisa dal Collegio, costituisce una norma eccezionale, tanto è vero che il rimborso è stato riconosciuto soltanto nei casi previsti ossia nei giudizi davanti ad un'autorità giurisdizionale (Cass., Sez. lavoro, Sent. n. 27871 del 24-11-2008; Consiglio di Stato, Sez. IV, 11 aprile 2007, n. 1681; T.A.R. Lazio - Latina, sez. I, 19 maggio 2009, n. 486). 4. Nel caso concreto il rimborso delle spese legali è stato richiesto con riferimento al procedimento disciplinare (...) 4.1. Infatti, la Corte Costituzionale ha chiaramente escluso la natura giurisdizionale di detto procedimento ancorché le sanzioni disciplinari siano applicate da commissioni di disciplina nelle quali è prevalente la presenza di magistrati rispetto a quella di una rappresentanza dell'amministrazione di appartenenza dell'incolpato. La struttura e la funzione di tali commissioni non sono dissimili da quelle di ogni altro organo collegiale cui sia rimesso il giudizio sulle trasgressioni disciplinari e l'applicazione delle relative sanzioni(Corte costituzionale, 04 dicembre 1998, n. 394)." (T.A.R. Emilia Romagna - Bologna, Sez. II, 26 febbraio 2010, n. 1676).
    Da quanto finora spiegato consegue l'infondatezza anche del terzo motivo di gravame che va parimenti respinto.
    In definitiva, al lume delle considerazioni tutte svolte il ricorso si profila infondato e va respinto.
    Nulla sulle spese stante la mancata costituzione dell'Amministrazione.
    P. Q. M.
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte (Sezione Prima) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.
    Nulla sulle spese.
    Ordina che la presente Sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.
    Così deciso in Torino nella Camera di Consiglio del giorno 2 dicembre 2010 con l'intervento dei Magistrati:
     
    IL PRESIDENTE
    Franco Bianchi
    L'ESTENSORE
    Alfonso Graziano
    IL PRIMO REFERENDARIO
    Richard Goso
     
    Depositata in Segreteria il 25 marzo 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
    Ultimo aggiornamento Domenica 12 Giugno 2011 19:03
     

    Università: i limiti alle assunzioni valgono anche se sono finanziate da privati

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    N. 561/2011 Reg. Prov. Coll.
    N. 1491 Reg. Ric.
    ANNO 2010
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia (Sezione Seconda) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 1491 del 2010, integrato da motivi aggiunti, proposto da:
    N. B., rappresentato e difeso dall'avv. Vincenzo Caputi Jambrenghi, con domicilio eletto presso Vincenzo Caputi Jambrenghi in Bari-Mar.S.Giorgio, via Abate Eustasio, 5;
    contro
    Università degli Studi di Bari, in persona del Rettore pt., rappresentata e difesa dagli avv.ti Cecilia Antuofermo, Gaetano Prudente e Lucrezia Saracino, con domicilio eletto presso Cecilia Antuofermo in Bari, piazza Umberto I^, n. 1;
    quanto al ricorso principale:
    per l'annullamento,
    previa sospensione dell'efficacia,
    dell'atto del 12 ottobre 2010, prot. n. 72759-VII/2, con il quale l'Università intimata respinge l'istanza di trattenimento in servizio del ricorrente, ricercatore confermato nella II^ Facoltà di Economia dell'Università di Bari, per il biennio accademico 2010/2012, ad integrale carico di finanziatore privato;
    quanto ai motivi aggiunti depositati il 29/12/2010:
    per l'annullamento
    del decreto rettorale n. 8606 del 15/10/2010, con il quale il Rettore dell'Università resistente pronuncia -art. 1- il "non accoglimento permanenza in servizio" e -art. 2- "collocamento a riposo" del dott. Bruni;
    Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;
    Visto l'atto di costituzione in giudizio dell'Università degli Studi di Bari;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nell'udienza pubblica del giorno 16 febbraio 2011 la dott.ssa Roberta Ravasio e uditi per le parti i difensori avv. V.zo Caputi Jambrenghi e avv. C. Antuofermo;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
    FATTO
    Con ricorso notificato il 2 ottobre 2010 il ricorrente dott. N. B., premettendo di essere alle dipendenze della Università degli Studi di Bari in qualità di ricercatore confermato; di essere prossimo al raggiungimento dell'età pensionabile e di aver presentato, il 23 luglio 2009, istanza finalizzata al trattenimento in servizio per il biennio accademico 2010/2012; di aver, inoltre, reiterato tale istanza in data 10 maggio 2010, allegando alla stessa documentazione comprovante che i relativi oneri sarebbero stati assunti integralmente da un finanziatore privato; tanto premesso ha impugnato, chiedendone la sospensione, la nota dell'Università n. prot. 72579-VII/2 del 12 ottobre 2010, con la quale detta istanza è stata respinta per superamento del limite del 90% del rapporto tra spese fisse e Fondo di Finanziamento Ordinario, limite invalicabile in ossequio alla L. 1/2009.
    Ha riferito in fatto il ricorrente:
    - che l'istanza di trattenimento in servizio era corredata da una lettera di intenti irrevocabile del 29 aprile 2010, a mezzo della quale tale società "C. s.c." si impegnava nei confronti della Università a conferire, in unica soluzione anticipata, i fondi necessari per la permanenza in servizio del prof. Bruni dal 1.11.2010 al 31.10.2012, senza "porre vincoli alle ricerche da condurre o agli insegnamenti da affidare al prof. Bruni presso l'Università degli studi di Bari "Aldo Moro", essendo il finanziamento anche finalizzato allo sviluppo della didattica e della ricerca nello specifico settore scientifico disciplinare -SECS P/11 Economia degli Intermediari Finanziari - presso la stessa Università";
    - che l'Università, con nota del 2 settembre 2009, n. prot. 61779 indirizzata al MIUR, aveva ritenuto l'istanza accoglibile in ragione del fatto che la permanenza in servizio del ricorrente sarebbe stata finanziata con fondi privati, il che avrebbe consentito di superare i limiti alle permanenze in servizio posti dall'art. 51 comma 4 della L. 449/1997 e dall'art. 9 comma 31 L. 122/2010 (rectius: del D.L. 78/2010):
    - che l'Università con il provvedimento oggetto di gravame, dato atto che il M.I.U.R. non aveva dato alcun riscontro alla nota del 2 settembre 2009, ha respinto l'istanza rilevando che "la normativa vigente in materia prevede che i trattenimenti in servizio del personale possono essere disposti esclusivamente nell'ambito delle facoltà assunzionali dalla stessa consentite in base alle cessazioni e con il rispetto delle relative procedura autorizzatorie; stabilisce, inoltre, che le risorse destinabili a nuove assunzioni siano ridotte in misura pari al 90% dell'importo del trattamento retributivo derivante da trattenimenti in servizio; avendo superato al termine dell'anno 2009 il valore del 90% nel rapporto tra spese fisse per il personale di ruolo ed il Fondo di Finanziamento Ordinario (F.F.O.), questa Amministrazione non può procedere ad assunzioni di personale e, quindi, al trattenimento in servizio di proprio personale", precisando che il parere del M.I.U.R. era stato sollecitato in vista delle sanzioni derivanti dalla violazione dei divieti di nuove assunzioni derivanti dalla legge, sanzioni consistenti nella esclusione dell'ateneo dalla quota del F.F.O.
    Il ricorrente deduceva quindi l'illegittimità del provvedimento in epigrafe per:
    I) eccesso di potere per illogicità e difetto di motivazione e travisamento: il divieto di trattenimento in servizio non é assoluto, come si desume dal fatto che un'ampia deroga a tale divieto è prevista per l'assunzione di ricercatori su posti cofinanziati dal Ministero;
    II) violazione degli artt. 1, comma 12 e 13, della L. 230/05, dai quali è traibile il principio secondo il quale la finanza privata è senz'altro idonea a sorreggere la struttura e l'attività delle università italiane, come già avvenuto in passato nello stesso ateneo barese e come accade abitualmente negli altri paesi europei; a fronte del principio di partenariato universitario pubblico-privato il divieto di assunzioni e di trattenimento in servizio diventa inapplicabile.
    Si è costituita in giudizio per resistere al ricorso l'Università degli studi di Bari, assistita dalla Avvocatura Distrettuale
    Alla camera di consiglio del 4 novembre 2010 il ricorrente ha rinunciato alla invocata tutela cautelare.
    Con ricorso per motivi aggiunti notificato il 20 dicembre 2010 il ricorrente ha inoltre impugnato il decreto rettorale n. 8608 del 15 ottobre 2010, conosciuto il 24 ottobre, con il quale il Rettore ha disposto: 1) il non accoglimento della istanza di permanenza in servizio del ricorrente; 2) nonché il collocamento a riposo del medesimo.
    A sostegno del ricorso per motivi aggiunti il ricorrente ha riproposto le doglianze già articolate con il ricorso introduttivo nonché il seguente ulteriore motivo:
    III) eccesso di potere per travisamento, difetto di funzione tipica, erronea determinazione, illogicità, sviamento: l'istanza di trattenimento in servizio presentata dal ricorrente il 10 maggio 2010 revocava implicitamente la precedente, essendo fondata sulla possibilità di ottenere un finanziamento privato. Il decreto del rettore del 15 ottobre 2010 ha provveduto, rigettandola, sulla istanza del 23 luglio 2009, e ciò benché con il provvedimento del 12 ottobre 2010 il rettore avesse già respinto l'istanza del 10 maggio 2010. Il decreto del 15 ottobre 2010 è dunque illogico e pertanto illegittimo.
    L'Università ha resistito con memoria depositata il 6 febbraio 2011.
    Il ricorso è stato chiamato all'udienza pubblica del 16 febbraio 2011 allorché è stato trattenuto a decisione sul merito.
    DIRITTO
    1. Il ricorso non è meritevole di accoglimento.
    2. Ai fini di una miglior comprensione della decisione giova preliminarmente rammentare che l'art. 51 comma 4 della L. 449/97 ha istituito il divieto per gli atenei di superare, per spese fisse ed obbligatorie relative al personale di ruolo, il limite del 90% dei trasferimenti statali che alimentano il c.d. Fondo di Finanziamento Ordinario.
    2.1. Detta norma, nella sua originaria formulazione, stabiliva altresì che gli atenei che non avessero rispettato tale limite non avrebbero potuto procedere a nuove assunzioni di personale di ruolo se non nell'ambito del 35% delle risorse resesi disponibili su base annua a seguito di cessazioni dal ruolo verificatesi nell'anno di riferimento.
    Tale limitata possibilità di procedere a nuove assunzioni è però venuta meno con l'entrata in vigore dell'art. 1 del D.L. 180/08, convertito nella L. 1/2009, il quale ha statuito che gli atenei le cui spese fisse superino il 90% delle risorse del Fondo di Finanziamento Ordinario non possono procedere alla indizione di nuove procedure concorsuali e di valutazione comparativa, né possono procedere a qualsivoglia nuova assunzione.
    2.2. Va ancora precisato che l'art. 9 del D.L. 78/2010, convertito nella L. 122/10, ha stabilito che ".....i trattenimenti in servizio consentiti dalle disposizioni vigenti possono essere disposti soltanto nei limiti delle facoltà assunzionali consentite dalla legislazione vigente in base alle cessazioni del personale e con il rispetto delle relative procedure autorizzatorie; le risorse destinabili a nuove assunzioni in base alle predette cessazioni sono ridotte in misura pari all'importo del trattamento retributivo derivante dai trattenimenti in servizio. Sono fatti salvi i trattenimenti in servizio aventi decorrenza anteriore al 1^ gennaio 2011 disposti prima della entrata in vigore del presente decreto. I trattenimenti in servizio aventi decorrenza successiva al 1° gennaio 2011 disposti prima della entrata in vigore del presente decreto sono privi di effetti...".
    Ne consegue, come rilevato in giudizio dalla difesa della Università, che la possibilità di trattenere in servizio il personale di ruolo oltre il raggiungimento dell'età di collocamento a riposo è ormai legata, a far tempo dal 31 maggio 2010, alla possibilità per gli enti interessati di procedere a nuove assunzioni, in difetto della quale è preclusa anche la possibilità di disporre trattenimenti in servizio.
    2.3. Orbene, come risulta dalla nota del M.I.U.R. 20 maggio 2010, n. prot. 602 - prodotta sub doc. 1 di parte resistente - l'Università di Bari nel corso del 2009 non ha rispettato il limite di spesa indicato dall'art. 51 della L. 449/97.
    Di conseguenza, per il combinato delle norme dianzi ricordate, essa non può procedere a nuove assunzioni né a trattenimenti in servizio.
    3. Il divieto di che trattasi non soffre eccezioni laddove gli oneri derivanti da una nuova assunzione o da un trattenimento in servizio siano interamente finanziati da privati e, per tale ragione, non gravino sul bilancio dell'ateneo.
    3.1. In senso contrario depone la considerazione che il trattenimento in servizio di un dipendente di ruolo dovrebbe fare posto all'ingresso di un nuovo dipendente assunto previo concorso: esso cela, pertanto, una nuova assunzione in deroga al principio secondo il quale il pubblico dipendente deve essere scelto mediante procedura concorsuale.
    3.2. La contraria opzione finirebbe per favorire quei dipendenti che meglio di altri siano in grado di procurarsi un soggetto che finanzi la di loro ulteriore permanenza in servizio, ed introdurrebbe pertanto un fattore di discriminazione tra più dipendenti che, a parità di ulteriori condizioni, aspirino al trattenimento in servizio.
    3.3. Valga altresì la considerazione che, soprattutto in tempi di crisi e di divieto di nuove assunzioni, ove fosse possibile disporre il trattenimento in servizio di tutti i dipendenti che siano in grado di procurare i fondi necessari per pagare loro stipendio ed oneri previdenziali, gli enti sarebbero indotti ad abusare dell'istituto, facendovi ricorso anche al di fuori delle ulteriori condizioni introdotte dall'art. 72 comma 7 D.L: 112/2008, verosimilmente facendo leva sulla necessità di garantire la continuità del servizio. Tale situazione, facendo nascere delle precise aspettative - se non addirittura degli obblighi - sia nei confronti del dipendente trattenuto in servizio sia nei confronti dei soggetti finanziatori, indurrebbe con il tempo una limitazione della autonomia organizzativa dell'ente.
    3.4. Si deve considerare, ancora, che il trattenimento in servizio oltre l'età di collocamento a riposo non favorisce il ricambio generazionale e, quindi, l'ingresso nel mondo del lavoro di giovani. Verosimilmente per tale ragione il legislatore ha limitato la possibilità di ricorso a tale istituto introducendo, all'art. 72 del D.L. 112/2008, il principio secondo il quale i trattenimenti in servizio debbono essere compatibili con le esigenze organizzative dell'università, e così in sostanza attribuendo a queste ultime un margine di discrezionalità nella valutazione delle relative domande.
    Anche per tale ragione l'istituto del trattenimento in servizio oltre l'età di collocamento a riposo non può più essere riguardato come un diritto del dipendente e non deve essere incoraggiato, neppure quando trattasi di ateneo che sia incorso nel divieto di nuove assunzioni: invero, lo "sforamento" del limite delle spese fisse imposto dall'art. 51 della L. 449/97 su un anno non esclude che l'ateneo sia in grado di rispettare tale limite l'anno successivo, ed in vista di tale eventualità é opportuno che l'ateneo non occupi posti di lavoro mediante trattenimenti in servizio coperti da fondi provenienti da soggetti terzi.
    3.5. Né si può sottacere che nella misura in cui non sussista un oggettivo interesse del soggetto finanziatore a sostenere l'iniziativa didattica o scientifica, aumenta esponenzialmente il rischio che questi movimenti capitali che in realtà non sono suoi propri, con tutto quello che ciò può significare ed implicare.
    3.6. Di conseguenza il ricorso all'istituto in esame deve ritenersi ammissibile solo ricorrendo tutte le condizioni tassative individuate dalla legislazione vigente, tra le quali vi è la capacità di spesa dell'ente, la quale é garanzia di libertà per l'ente stesso.
    4. Ciò premesso, se è vero che il legislatore ha introdotto la possibilità che le università ricorrano a capitali "esterni" (pubblici o privati) per finanziare alcune spese, si deve anche dire si tratta di fattispecie particolari disciplinate da norme di stretta interpretazione.
    4.1. Ciò dicasi in relazione a quanto prevede l'art. 1, comma 12 e 13, della L. 230/05, che si legge come segue:
    "12. Le università possono realizzare specifici programmi di ricerca sulla base di convenzioni con imprese o fondazioni, o con altri soggetti pubblici o privati, che prevedano anche l'istituzione temporanea, per periodi non superiori a sei anni, con oneri finanziari a carico dei medesimi soggetti, di posti di professore straordinario da coprire mediante conferimento di incarichi della durata massima di tre anni, rinnovabili sulla base di una nuova convenzione, a coloro che hanno conseguito l'idoneità per la fascia di professori ordinari, ovvero a soggetti in possesso di elevata qualificazione scientifica e professionale. Ai titolari degli incarichi è riconosciuto, per il periodo di durata del rapporto, il trattamento giuridico ed economico dei professori ordinari con eventuali integrazioni economiche, ove previste dalla convenzione. I soggetti non possessori dell'idoneità nazionale non possono partecipare al processo di formazione delle commissioni di cui al comma 5 lett. a), numero 3), né farne parte, e sono esclusi dall'elettorato attivo e passivo per l'accesso alle cariche di preside di facoltà e rettore. Le convenzioni definiscono il programma di ricerca, le relative risorse e la destinazione degli eventuali utili netti anche a titolo di compenso dei soggetti che hanno partecipato al programma.
    13. Le università possono stipulare convenzioni con imprese o fondazioni, o con altri soggetti pubblici o privati, con oneri finanziari posti a carico dei medesimi, per realizzare programmi di ricerca affidati a professori universitari, con definizione del loro compenso aggiuntivo a valere sulle medesime risorse finanziarie e senza pregiudizio per il loro status giuridico ed economico, nel rispetto degli impegni di istituto.".
    Orbene, non è chi non veda come la ratio sottesa alle norme su riportate non sia quella di consentire ad un determinato ricercatore di continuare la propria attività, bensì quella di consentire ad un ateneo di portare avanti dei "programmi di ricerca", cioè delle attività di ricerca finalizzate al perseguimento di scopi predeterminati, individuati di comune accordo nella convenzione che le università debbono preliminarmente stipulare con i soggetti finanziatori.
    E' pertanto evidente che le disposizioni sopra ricordate contemplano delle forme particolari di contribuzione dirette alle università e destinate a sostenere un determinato progetto di ricerca ritenuto di interesse generale.
    Va inoltre rilevato che nulla autorizza ad interpretare le norme stesse nel senso che gli incarichi che esse contemplano possano essere affidati a soggetti scelti direttamente dai soggetti finanziatori, a prescindere da una procedura concorsuale.
    4.2. Miglior sorte non può avere il richiamo, effettuato dalla difesa del ricorrente nella memoria depositata il 25 gennaio 2011, agli artt. 7, 18 e 23 della L. 240/2010.
    4.2.1. L'art. 7 ha la ben diversa funzione di consentire a professori e ricercatori universitari - come peraltro a molti altri i dipendenti pubblici, secondo quanto dispone l'art. 23 bis del D. L.vo 165/2001 - di diversificare le loro esperienze lavorative e di essere a tal fine esonerati temporaneamente dallo svolgimento della loro consueta attività lavorativa affinché possano mettersi temporaneamente a servizio di un altro ente: in coerenza con tutto ciò la norma citata prevede l'esonero dell'ente datore di lavoro dall'obbligo di corrispondere qualsiasi assegno ed il subentro, in tale obbligo, dell'ente temporaneamente destinatario della prestazione lavorativa.
    Di tanto tenuto conto, tale norma é stata richiamata del tutto impropriamente dalla difesa ricorrente, non mettendo essa minimamente in discussione il principio per cui gli oneri economici afferenti l'attività di professori e ricercatori universitari gravano, in linea di principio, sulle università dalle quali essi dipendono.
    4.2.2. L'art. 18 comma 3 della L. 240/2010, invece, ammette che soggetti esterni all'università, pubblici o privati, possano farsi carico degli oneri derivanti dalla chiamata di professori.
    Tale possibilità, tuttavia, presuppone che i professori oggetto di chiamata siano individuati a seguito di procedura ad evidenza pubblica, ciò che si evince agevolmente dal comma 1; inoltre richiede la preventiva stipula, tra le università e tali soggetti, di convenzioni di durata almeno quindicennale.
    Così come è possibile che specifici programmi di ricerca, siano finanziati da soggetti terzi rispetto all'ateneo, allo stesso modo la norma in esame rende possibile il finanziamento, da parte di soggetti terzi, pubblici o privati, di specifiche attività didattiche, e ciò mediante l'attivazione di corsi che, evidentemente, rispondono sia ad una precisa esigenza di formazione sentita dai soggetti finanziatori (ad esempio, si può ipotizzare che le aziende produttrici di pannelli solari abbiano la necessità di disporre di ingegneri particolarmente formati in una certa materia che non è ancora insegnata con metodicità nelle università; le case automobilistiche, invece, potrebbero avere la necessità di disporre di tecnici competenti sul bio-diesel; e così via dicendo), sia ad una domanda da parte degli utenti degli atenei.
    La norma in esame, dunque, lungi dall'evidenziare un generale principio di finanziabilità della attività didattica degli atenei da parte di soggetti estranei, circoscrive tale modalità di finanziamento, peraltro coniugando l'autonomia organizzativa delle università con l'esigenza di non precludere l'attivazione di corsi che potrebbero riscuotere l'interesse di molti.
    Trattasi pertanto di una eccezione che conferma la regola generale, secondo la quale le università debbono far fronte alle proprie necessità organizzative con danari propri.
    4.2.3. L'art. 23 comma 3 della L. 240/2010, infine, è funzionale a consentire alle università di poter disporre di docenti o studiosi stranieri: a tale scopo e se possono utilizzare "fondi donati ad hoc da privati, imprese o fondazioni", tuttavia al fine specifico di conferire incarichi di insegnamento a contratto, e quindi, ancorquì, al fine di perseguire un determinato obiettivo didattico.
    4.3. Il Collegio ritiene, dunque, che le norme dianzi esaminate non mettano assolutamente in discussione la portata generale del principio secondo il quale i professori ed i ricercatori universitari debbono essere scelti e remunerati con fondi propri dell'ateneo dal quale dipendono: il conferimento di fondi da parte di soggetti terzi nel settore di che trattasi deve invece essere strettamente limitato ai casi sopra visti, nei quali essi sono necessari a perseguire un determinato obiettivo - di ricerca o didattico - condiviso dall'ateneo, e comunque non deve assolutamente tradursi in una limitazione della autonomìa dell'ateneo nella scelta dei progetti e nella scelta dei soggetti da preporre ad essi; né l'intervento di finanziatori deve limitare l'applicazione del principio generale secondo il quale i dipendenti pubblici debbono essere individuati mediante procedura comparativa adeguatamente pubblicizzata.
    Ammettere il contrario significherebbe, del resto, rendere le università pubbliche ostaggio di ogni finanziatore privato che, di volta in volta, si facesse avanti per sostenere una nuova chiamata di professore piuttosto che un trattenimento in servizio oltre il limite della età pensionabile, il che in definitiva porterebbe le università ad essere di fatto controllate da altri soggetti, pubblici o privati che siano.
    5.Il contributo offerto alla Università di Bari nella vicenda oggetto di causa integra, invece, niente più che un finanziamento ad personam: pertanto non rientra affatto nell'ambito di applicazione delle norme dianzi esaminate.
    5.1. Non risulta, in primo luogo, che tra l'Università e la società che si è impegnata a farsi carico degli oneri retributivi e previdenziali afferenti l'ulteriore permanenza in servizio del ricorrente sia intervenuta la stipula di una convenzione, né risulta che sia stato concordemente individuato uno specifico oggetto di ricerca.
    5.2. Per quanto è dato sapere la società che finanzierebbe il trattenimento in servizio del ricorrente non è altro - al di là dell'altisonante nome - che una normale società cooperativa di consulenza fiscale avente sede a Taranto, la quale non si comprende quale interesse specifico abbia a finanziare un qualsiasi progetto di ricerca, ed ancora meno a finanziare l'attività di ricerca condotta dal dott. Bruni, della quale, pure, nulla si sa di preciso.
    Risulta anzi dalla lettera di intenti sottoscritta il 29 aprile 2010 che la C. si è impegnata "a non porre vincoli in ordine alle ricerche da condurre o agli insegnamenti da affidare al prof. N. B. presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro", essendo il finanziamento anche finalizzato allo sviluppo della didattica e della ricerca nello specifico settore scientifico-disciplinare - SECS P/11 Economia degli Intermediari Finanziari - presso la stessa Università", il che conferma l'assenza, alla base dell'impegno, di uno specifico progetto di ricerca o didattico di interesse per la società.
    D'altro canto, ove quest'ultima fosse stata interessata, genericamente, a finanziare l'insegnamento di Economia degli Intermediari Finanziari non avrebbe collegato la dazione del contributo al trattenimento in servizio del dott. Bruni, ma l'avrebbe messo a disposizione anche a favore dell'eventuale successore di questi, eventualità questa che invece non ha prospettato.
    5.3. Da qui l'inevitabile conclusione che ciò che la C. intende finanziare è, puramente e semplicemente, la ulteriore permanenza in servizio del ricorrente, e quindi il ricorrente stesso.
    6. Le argomentazioni dinanzi esposte confermano che bene ha fatto l'Università di Bari nel mantenere un atteggiamento di prudenza e danno ragione della infondatezza del primo e del secondo dei motivi articolati nel ricorso principale come in quello per motivi aggiunti.
    7. Infondato é anche il terzo dei motivi aggiunti.
    7.1. Nella nota del 12 ottobre 2010 si fa chiaro riferimento alla istanza di trattenimento in servizio del 23 luglio 2010; tuttavia, il richiamo ivi contenuto alla possibilità di finanziare il trattenimento in servizio con fondi privati rende manifesto che il provvedimento del 12 ottobre 2010 ha inteso mettere la parola fine anche su tale possibilità, di finanziare il trattenimento in servizio del ricorrente con fondi esterni.
    7.2. E' inoltre evidente che la nota del 12 ottobre 2010 ha assolto alla funzione di preannunciare le ragioni per le quali sia l'istanza del 23 luglio 2009, sia quella del 10 maggio 2010 dovevano essere rigettate.
    Rispetto al decreto del Rettore del 15 ottobre 2010, impugnato con i motivi aggiunti, la nota del 12 ottobre 2010 costituisce un preavviso di rigetto, così come confermato dalla maggior solennità del decreto 15 ottobre 2010.
    7.3. Il Collegio ritiene pertanto che tra i due provvedimenti non sia ravvisabile alcuna incoerenza, contraddittorietà o illogicità, né, infine, alcun bis in idem.
    7.4. Parimenti va detto che l'Università non si è mai pronunciata in senso favorevole al trattenimento in servizio del ricorrente: quanto riferito a tale proposito nella nota del 2 settembre 2010, che l'Università ha inoltrato al M.I.U.R., indica, semplicemente, che l'ateneo stava considerando questa possibilità, ma non prova che avesse adottato al riguardo alcun provvedimento formale - che infatti agli atti non è stato prodotto -. E' anzi evidente che l'ateneo attendeva un riscontro favorevole da parte del Ministero prima di provvedere in tal senso.
    Non è pertanto ravvisabile, nei provvedimenti gravati, alcuna contraddittorietà rispetto a precedenti provvedimenti favorevoli al ricorrente, che appunto non sono mai stati adottati.
    8. Il ricorso va conclusivamente rigettato.
    Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.
    P. Q. M.
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta.
    Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese processuali in favore dell'Amministrazione resistente, spese che si liquidano in euro 3.000,00 (euro tremila) oltre accessori di legge.
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso in Bari nella camera di consiglio del giorno 16 febbraio 2011 con l'intervento dei magistrati:
     
    IL PRESIDENTE
    Amedeo Urbano
    IL CONSIGLIERE
    Vito Mangialardi
    L'ESTENSORE
    Roberta Ravasio
     
    Depositata in Segreteria il 12 aprile 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
     
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