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  • Venerd√¨ 27 Luglio 2012 18:54
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    Lavoro Pubblico e Privato/Lavoro pubblico

    Errato inquadramento del pubblico dipendente: l'impugnazione deve essere tempestiva!

    sentenza T.A.R. Emilia Romagna - Bologna n. 494 del 13/07/2012

    Il provvedimento di inquadramento di pubblici dipendenti è un atto autoritativo e come tale è soggetto al termine decadenziale di impugnazione.

    1. Pubblico impiego - Inquadramento - Natura del provvedimento - Autoritativa - Impugnazione nei termini decadenziali - Necessità

    2. Giudizio amministrativo - Risarcimento danno - Omessa tempestiva proposizione del ricorso per l'annullamento del provvedimento lesivo - Esclusione - Casi e condizioni

    1. Il provvedimento di inquadramento di pubblici dipendenti è atto autoritativo e, come tale, soggetto a termine decadenziale di impugnazione, sicché non è ammissibile un'azione volta all'ottenimento di un inquadramento incompatibile con il primo se la stessa non viene tempestivamente proposta avverso l'originario provvedimento di attribuzione della qualifica, né è ammesso un autonomo giudizio di accertamento in funzione di disapplicazione del primitivo provvedimento, per essere l'azione di accertamento esperibile a tutela di un diritto soggettivo mentre la posizione del pubblico dipendente a fronte della potestà organizzatoria dell'Amministrazione pubblica è quella di titolare di un mero interesse legittimo (1).

    (1) Cons. Stato, sez. V, 2-11-2011 n. 5848.


    2. L'omessa tempestiva proposizione del ricorso per l'annullamento del provvedimento lesivo non vale come fatto preclusivo dell'istanza risarcitoria, ma solo come condotta che, nell'ambito di una valutazione complessiva del comportamento delle parti in causa, può autorizzare il giudice ad escludere il risarcimento ove accerti che la tempestiva proposizione del ricorso avrebbe evitato i danni derivanti dall'atto non impugnato (o non tempestivamente impugnato), nel senso cioè che l'omessa attivazione degli strumenti di tutela previsti dall'ordinamento costituisce, nel quadro del comportamento complessivo delle parti, un dato valutabile, alla stregua dei principi di buona fede e solidarietà sanciti dall'art. 1175, Cod. Civ., ai fini dell'esclusione o mitigazione del danno evitabile con l'ordinaria diligenza, sicché la scelta di non avvalersi dello strumento impugnatorio, precludendo l'esplicarsi delle forme legali di difesa che avrebbero art. 1175, Cod. Civ.,, il danno, integra violazione dell'obbligo di cooperazione, che spezza il nesso causale e, per l'effetto, impedisce il risarcimento del danno evitabile (2).

    (2) Cons. Stato, Ad. Plen., n. 3/2011.

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    N. 494/2012 Reg. Prov. Coll.

    N. 652 Reg. Ric.

    ANNO 2012

    REPUBBLICA ITALIANA

    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Emilia Romagna (Sezione Prima) ha pronunciato la presente

    SENTENZA

    ai sensi dell'art. 60 cod.proc.amm. sul ricorso n. 652 del 2012 proposto da Luciano Spadoni, rappresentato e difeso dall'avv. Gennaro Celentano e presso lo stesso elettivamente domiciliato in Bologna, via Mazzini n. 138;

    contro

    il Ministero dell'Interno, in persona del Ministro p.t., rappresentato e difeso dall'Avvocatura distrettuale dello Stato di Bologna, domiciliataria ex lege;

    per l'annullamento

    del provvedimento prot. n. 333-C/-I/Sez. 1^/11443-FS del 14 febbraio 2012, con cui il Direttore della Divisione 2^ del "Ministero dell'Interno - Dipartimento della Pubblica sicurezza - Direzione centrale per le risorse umane - Servizio Dirigenti, Direttivi ed Ispettori" si è pronunciato negativamente sulla richiesta del ricorrente di ammissione allo scrutinio per l'avanzamento alla qualifica di "ispettore capo" della Polizia di Stato;

    per la condanna

    dell'Amministrazione al risarcimento dei danni.

    Visto il ricorso con i relativi allegati;

    Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero dell'Interno;

    Vista l'istanza cautelare del ricorrente;

    Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;

    Visti gli atti tutti della causa;

    Nominato relatore il dott. Italo Caso;

    Uditi, per le parti, alla Camera di Consiglio del 12 luglio 2012 i difensori come specificato nel verbale;

    Visto l'art. 60 cod.proc.amm., che consente l'immediata assunzione di una decisione di merito, con "sentenza in forma semplificata", ove nella Camera di Consiglio fissata per l'esame della domanda cautelare il giudice accerti la completezza del contraddittorio e dell'istruttoria e nessuna delle parti dichiari che intende proporre motivi aggiunti, ricorso incidentale, regolamento di competenza o regolamento di giurisdizione;

    Considerato che in data 27 dicembre 2011 il ricorrente, "ispettore" della Polizia di Stato in quiescenza, chiedeva di essere valutato ai fini dell'avanzamento alla qualifica di "ispettore capo";

    che l'Amministrazione dell'Interno rigettava l'istanza, per non essere l'interessato in possesso del requisito di sette anni di effettivo servizio nella qualifica di "ispettore", ai sensi dell'art. 31 del d.lgs. n. 197 del 1995 (v. provvedimento prot. n. 333-C/-I/Sez. 1^/11443-FS del 14 febbraio 2012, a firma del Direttore della Divisione 2^ del "Ministero dell'Interno - Dipartimento della Pubblica sicurezza - Direzione centrale per le risorse umane - Servizio Dirigenti, Direttivi ed Ispettori");

    che avverso tale atto ha proposto impugnativa il ricorrente, deducendo che la mancata maturazione dell'anzianità di servizio necessaria per l'ammissione allo scrutinio fosse in realtà da imputare alla tardiva riammissione in servizio deliberata nel 2004 dall'Amministrazione di appartenenza - la quale aveva omesso di dare tempestiva attuazione all'allora dictum cautelare del giudice amministrativo (risalente al maggio 2003) -, e lamentando che non si sia conseguentemente fatta retroagire la decorrenza dell'anzianità di servizio alla pronuncia del giudice amministrativo a suo tempo ignorata dall'Amministrazione, con il risultato che, in aggiunta all'anzianità pregressa, egli in realtà godrebbe di un'anzianità complessiva nella qualifica di "ispettore" pari ad anni 7 e mesi 2;

    che, in ragione di ciò, ha invocato l'annullamento dell'atto impugnato e, in via subordinata, la condanna dell'Amministrazione al risarcimento dei danni subiti per effetto della tardiva riammissione in servizio del 2004;

    che si è costituito in giudizio il Ministero dell'Interno, a mezzo dell'Avvocatura dello Stato, resistendo al gravame;

    che alla Camera di Consiglio del 12 luglio 2012, ascoltati i rappresentanti delle parti, la causa è passata in decisione;

    Ritenuto che, per costante giurisprudenza (v., tra le altre, Cons. Stato, Sez. V, 2 novembre 2011 n. 5848), il provvedimento di inquadramento di pubblici dipendenti è atto autoritativo e, come tale, soggetto a termine decadenziale di impugnazione, sicché non è ammissibile un'azione volta all'ottenimento di un inquadramento incompatibile con il primo se la stessa non viene tempestivamente proposta avverso l'originario provvedimento di attribuzione della qualifica, né è ammesso un autonomo giudizio di accertamento in funzione di disapplicazione del primitivo provvedimento, per essere l'azione di accertamento esperibile a tutela di un diritto soggettivo mentre la posizione del pubblico dipendente a fronte della potestà organizzatoria dell'Amministrazione pubblica è quella di titolare di un mero interesse legittimo;

    che, pertanto, a fronte del tenore del provvedimento di riammissione del 16 febbraio 2004 ("...√® inquadrato nel ruolo degli ispettori della Polizia di Stato con la qualifica di ispettore, con decorrenza di anzianit√† nella qualifica stessa dalla data del provvedimento di riammissione ..."), il ricorrente avrebbe illo tempore dovuto impugnare l'atto nella parte relativa alla decorrenza del reinquadramento nella qualifica, questione oramai non pi√Ļ suscettibile di denuncia in sede giurisdizionale, neppure attraverso l'impugnativa di atti in parte qua attuativi della determinazione allora assunta;

    che, quanto alla pretesa risarcitoria, poi, va ricordato che, come la giurisprudenza ha avuto modo di riconoscere (v. Cons. Stato, Ad. plen., 23 marzo 2011 n. 3), sebbene la disciplina recata dal "codice del processo amministrativo" sul rapporto tra l'azione impugnatoria e l'azione risarcitoria (art. 30) non sia direttamente applicabile alle fattispecie risalenti ad epoca anteriore al 16 settembre 2010, tuttavia i principi evincibili dalla relativa normativa, essendo ricavabili anche dal quadro normativo previgente, devono essere reputati utili ai fini della soluzione delle vicende precedenti all'avvento del codice;

    che, in particolare, l'omessa tempestiva proposizione del ricorso per l'annullamento del provvedimento lesivo non vale come fatto preclusivo dell'istanza risarcitoria, ma solo come condotta che, nell'ambito di una valutazione complessiva del comportamento delle parti in causa, può autorizzare il giudice ad escludere il risarcimento ove accerti che la tempestiva proposizione del ricorso avrebbe evitato i danni derivanti dall'atto non impugnato (o non tempestivamente impugnato), nel senso cioè che l'omessa attivazione degli strumenti di tutela previsti dall'ordinamento costituisce, nel quadro del comportamento complessivo delle parti, un dato valutabile, alla stregua dei principi di buona fede e solidarietà sanciti dall'art. 1175 cod.civ., ai fini dell'esclusione o mitigazione del danno evitabile con l'ordinaria diligenza, sicché la scelta di non avvalersi dello strumento impugnatorio, precludendo l'esplicarsi delle forme legali di difesa che avrebbero plausibilmente scongiurato, in tutto o in parte, il danno, integra violazione dell'obbligo di cooperazione, che spezza il nesso causale e, per l'effetto, impedisce il risarcimento del danno evitabile (v. Cons. Stato, Ad. plen., n. 3/2011 cit.);

    che, in ragione di ciò, la domanda risarcitoria va respinta, in quanto l'inerzia del ricorrente nella coltivazione di rimedi giudiziali volti a far modificare la decorrenza del reinquadramento nella qualifica di "ispettore" integra una chiara violazione degli obblighi cooperativi che gravano sul creditore danneggiato, il quale ha lamentato il pregiudizio subito solo a lunga distanza di tempo da quella decisione, immediatamente lesiva della posizione di carriera del soggetto, e quando si era oramai prodotto un danno altrimenti evitabile;

    Considerato, in conclusione, che - stante la sussistenza dei presupposti di legge - la Sezione può decidere con "sentenza in forma semplificata", ai sensi dell'art. 60 cod.proc.amm.;

    che nel corso della Camera di Consiglio il Collegio ha avvertito i presenti dell'eventualità di definizione del giudizio nel merito;

    che le spese di lite possono essere compensate, sussistendone giusti motivi

    P. Q. M.

    Il Tribunale Amministrativo Regionale per l'Emilia-Romagna, Bologna, Sez. I, pronunciando sul ricorso in epigrafe, lo respinge.

    Spese compensate.

    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità Amministrativa.

    Così deciso in Bologna, nella Camera di Consiglio del 12 luglio 2012, con l'intervento dei magistrati:

     

    IL PRESIDENTE

    Giuseppe Calvo

    L'ESTENSORE

    Italo Caso

    IL CONSIGLIERE

    Ugo Di Benedetto

     

    Depositata in Segreteria il 13 luglio 2012

    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

     
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