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    Professore a "contratto"

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    N. 515/2011 Reg. Prov. Coll.
    N. 35 Reg. Ric.
    ANNO 2005
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia (Sezione Prima) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 35 del 2005, proposto da:
    P. C., rappresentata e difesa dall'avv. Maria Petrocelli, con domicilio eletto presso Maria Petrocelli in Bari, corso Vittorio Emanuele, 52;
    contro
    Università degli Studi di Bari, rappresentata e difesa dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Bari, domiciliataria per legge in Bari, via Melo, 97;
    per l'annullamento
    1) del decreto rettorale n. 10620 dell'8.10.2004, successivamente comunicato, nella parte in cui non riconosce, ai fini della progressione di carriera, il servizio prestato dalla ricorrente quale contrattista a tempo determinato presso l'Università di Bari, quale borsista presso il Consorzio per le applicazioni di Supercalcolo per Università e Ricerca, nonché quale collaboratore tecnico presso la medesima Università degli Studi di Bari;
    2) ove occorra, della nota rettorale prot. n. 104151 dell'11.10.2004, recante comunicazione del provvedimento sub 1);
    3) di ogni atto o provvedimento, ove esistente e per quanto non noto, ostativo al riconoscimento dei detti servizi pre-ruolo, comunque connesso, preordinato o conseguente;
    Visti il ricorso e i relativi allegati;
    Visto l'atto di costituzione in giudizio della Università degli Studi di Bari;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nell'udienza pubblica del giorno 9 febbraio 2011 il dott. Francesco Cocomile e udito per le parte ricorrente il difensore avv. Maria Petrocelli;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:
    FATTO E DIRITTO
    La ricorrente P. C. è ricercatore universitario confermato, a decorrere dall'1.1.2004, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Bari per il settore scientifico-disciplinare M-STO/05, Storia delle scienze e delle tecniche.
    La stessa con istanza del 21.6.2004 ha domandato, ai sensi dell'art. 103 d.p.r. 11 luglio 1980, n. 382, il riconoscimento, ai fini della progressione nella carriera, dei servizi prestati prima della nomina a ricercatore per i seguenti periodi: contratto di diritto privato a tempo determinato stipulato ai sensi dell'art. 100 d.p.r. n. 382/1980 con l'Università degli Studi di Bari per lo svolgimento del corso ufficiale di "Informatica generale" per il D.U. in operatore dei beni culturali - Facoltà di Lettere e Filosofia - per gli anni accademici 1996/97 e 1997/98; borsa di studio finanziata dal F.S.E., bandita dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (C.N.R.) B.U. n. 8 del 5.12.1994, presso il Centro di Studio per il Lessico Intellettuale Europeo, Centro di Studi del C.N. R. - Università di Roma - dal 7.3.1995 al 15.2.1996; borsa di studio della durata di un anno assegnata dal Consorzio per le applicazioni di Supercalcolo per Università e Ricerca (CASPUR) con scadenza al 31 maggio 1998; collaboratore tecnico settima qualifica dal 16.10.1998 al 30.12.2003 presso il Seminario di Storia della Scienza della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Bari.
    In questa sede la P. contesta il decreto rettorale n. 10620 dell'8.10.2004 che le ha riconosciuto ai fini della progressione nella carriera unicamente il servizio prestato in qualità di borsista presso il C.N. R.
    Il Rettore dell'Università degli Studi di Bari ha invece escluso con il menzionato provvedimento il riconoscimento degli altri titoli conseguiti dalla P. e cioè del contratto di diritto privato a tempo determinato, della borsa di studio assegnata dal CASPUR e della qualifica di collaboratore tecnico.
    Secondo il provvedimento gravato questi servizi non rientrano nelle figure di cui all'art. 7 legge 21 febbraio 1980, n. 28 cui fa rinvio l'art. 103, comma 3 d.p.r. n. 382/1980.
    La ricorrente rileva che l'elencazione di cui all'art. 7 legge n. 28/1980 ha carattere meramente esemplificativo e non tassativo; che comunque il servizio non riconosciuto dalla Università degli Studi di Bari con il provvedimento impugnato ha le medesime caratteristiche delle attività contemplate dal combinato disposto di cui agli artt. 103, comma 3 d.p.r. n. 382/1980 e 7 legge n. 28/1980; che pertanto l'atto gravato discrimina illegittimamente la sua posizione.
    L'Amministrazione universitaria, nel costituirsi in giudizio, sostiene viceversa che l'elencazione di cui all'art. 103, comma 3 d.p.r. n. 382/1980 è tassativa e non estensibile analogicamente, tanto vero che per edivdere la portata della norma in commento sono stati necessari interventi additivi e manipolativi della Corte costituzionale (si veda in particolare la sentenza della Corte costituzionale n. 191 del 21 maggio 2008).
    Con la menzionata sentenza n. 191/2008 la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 103, comma 3 d.p.r. n. 382/1980, nella parte in cui, all'atto dell'immissione nella fascia dei ricercatori confermati, non riconosce ai ricercatori universitari, per intero ai fini del trattamento di quiescenza e previdenza e per i due terzi ai fini della carriera, l'attività effettivamente prestata nelle università in qualità di tecnici laureati con almeno tre anni di attività di ricerca.
    In data 4 febbraio 2011 l'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Bari nell'interesse dell'Amministrazione universitaria ha prodotto copia del decreto rettorale n. 5775 dell'11 maggio 2009 che riconosce alla P., ai fini della progressione in carriera, in applicazione della suddetta sentenza della Corte costituzionale, anni 4, mesi 1 e giorni 6 per il servizio dalla stessa ricorrente prestato quale collaboratore tecnico settima qualifica dal 16.10.1998 al 30.12.2003 presso il Seminario di Storia della Scienza della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Bari.
    Conseguentemente sul punto il ricorso introduttivo deve essere dichiarato improcedibile per sopravvenuto difetto di interesse.
    Quanto al riconoscimento ai fini della progressione nella carriera del periodo relativo al contratto di diritto privato a tempo determinato, stipulato ai sensi dell'art. 100 d.p.r. n. 382/1980 dalla Università di Bari con l'odierna ricorrente per lo svolgimento del corso ufficiale di "Informatica generale", va rilevato che con ordinanza n. 480 del 26 novembre 2002 la Corte costituzionale ha negato la possibilità di equiparare, ai fini della ricostruzione della carriera, la figura del "professore a contratto" ex art. 100 d.p.r. n. 382/1980 a quella del "professore associato" di cui all'art. 103, comma 2 d.p.r. n. 382/1980, dichiarando manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale di detta disposizione nella parte in cui non contempla, tra i periodi di servizio riconoscibili ai fini della carriera in favore dei professori associati all'atto della conferma in ruolo, i periodi di effettivo servizio prestati in qualità di professore a contratto, stipulato ai sensi degli artt. 100 e 116 d.p.r. n. 382/1980, in riferimento agli artt. 3 e 97 Cost.
    Ne consegue che l'attività svolta dalla P. quale "professore a contratto" ex art. 100 d.p.r. n. 382/1980 non può essere riconosciuta ai fini della ricostruzione della carriera, dovendosi attribuire carattere tassativo (i.e. non suscettibile di estensione analogica) alla elencazione contenuta nell'art. 103 d.p.r. n. 382/1980. La relativa domanda di accertamento deve quindi essere respinta.
    Per quanto concerne infine la borsa di studio assegnata alla P. dal CASPUR, va preliminarmente rilevato che il servizio di borsista C.N.R. è stato ab origine riconosciuto alla ricorrente poiché trattasi di borsa di studio espressamente menzionata dall'art. 7, comma 7, lett. c) legge n. 28/1980.
    Infatti le uniche borse di studio riconosciute dall'art. 7, comma 7, lett. c) legge n. 28/1980 (cui rinvia l'art. 103, comma 3 d.p.r. n. 382/1980) sono quelle conseguite dai laureati vincitori di concorsi pubblici banditi dal C.N.R. e dagli altri enti pubblici di ricerca di cui alla tabella VI allegata alla legge 20 marzo 1975 n. 70, tra cui non rientrano quelle assegnate dal CASPUR.
    Il CASPUR è un consorzio interuniversitario istituito nel 1992 e quindi dopo la legge n. 28/1980.
    Non è quindi prospettabile una questione di legittimità costituzionale "in via successiva" dell'art. 7, comma 7, lett. c) legge n. 28/1980 nella parte in cui, nel richiamare la qualifica di borsisti laureati vincitori di concorsi pubblici banditi dal C.N.R. e dagli altri enti pubblici di ricerca di cui alla tabella VI allegata alla legge n. 70/1975, non riconosce valenza giuridica alla borsa di studio assegnata dal Consorzio per le applicazioni di Supercalcolo per Università e Ricerca (CASPUR).
    Peraltro detto aspetto non costituisce specifico motivo di ricorso e comunque la borsa di studio assegnata dal CASPUR non è evidentemente suscettibile di produrre l'effetto di cui al combinato disposto degli artt. 7, comma 7, lett. c) legge n. 28/1980 e 103, comma 3 d.p.r. n. 382/1980. Anche la relativa domanda deve quindi essere disattesa.
    Dalle considerazioni espresse in precedenza discende la declaratoria di improcedibilità del ricorso introduttivo limitatamente alla domanda di riconoscimento del titolo di collaboratore tecnico settima qualifica e la reiezione del ricorso introduttivo per il resto.
    In considerazione della natura e della peculiarità della presente controversia nonché della qualità delle parti e della novità delle questioni affrontate, sussistono gravi ed eccezionali ragioni di equità per compensare le spese di giudizio.
    P. Q. M.
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia, sede di Bari, Sez. I, definitivamente pronunciando sul ricorso come in epigrafe proposto, così provvede:
    1) dichiara improcedibile il ricorso introduttivo per sopravvenuto difetto di interesse limitatamente alla domanda di riconoscimento del titolo di collaboratore tecnico settima qualifica;
    2) respinge il ricorso introduttivo per il resto.
    Spese compensate.
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso in Bari nella camera di consiglio del giorno 9 febbraio 2011 con l'intervento dei magistrati:
     
    IL PRESIDENTE
    Corrado Allegretta
    L'ESTENSORE
    Francesco Cocomile
    IL CONSIGLIERE
    Giuseppina Adamo
     
    Depositata in Segreteria il 29 marzo 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
     

    Concorsi pubblici riservati: i requisiti valgono anche per gli interni

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    N. 367/2011 Reg. Prov. Coll.
    N. 154 Reg. Ric.
    ANNO 2009
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Emilia Romagna (Sezione Prima) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 154 del 2009, integrato da motivi aggiunti, proposto da:
    C. B., rappresentato e difeso dall'avv. Antonio Aluigi, con domicilio eletto presso G. C. in Bologna, via ...omissis...;
    contro
    Comune di Rimini, rappresentato e difeso dall'avv. Wilma Marina Bernardi, con domicilio eletto presso F. B. in Bologna, Strada ...omissis...;
    nei confronti di
    M. B., D. D., G. F.;
    per l'annullamento
    quanto al ricorso introduttivo:
    della determinazione dirigenziale n. 653 del 30 aprile 2009, trasmessa con nota altresì impugnata prot. 486905 del 4 maggio 2009, notificata il 5 maggio 2009, del Dirigente dell'Organizzazione e gestione del personale, dott. A. B., di esclusione della ricorrente, unitamente ad altri 4 candidati, dal concorso a nove posti di Commissario di polizia municipale indetta con determina dirigenziale del 27 novembre 2008 n. 1971, per pretesa carenza del requisito della maturazione alla data di scadenza del bando dei cinque anni di servizio nel profilo propedeutico di ispettore di P.M. (art. 2 comma 1 lett. d) del bando);
    quanto ai motivi aggiunti di ricorso:
    dell'esclusione dal concorso del ricorrente disposta con determina dirigenziale n. 653 del 30/4/2009;
    Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;
    Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Rimini;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nell'udienza pubblica del giorno 14 aprile 2011 il dott. Ugo Di Benedetto e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
    FATTO E DIRITTO
    1. Il ricorrente, dipendente del comune di Rimini con la qualifica di ispettore di polizia municipale, laureata in giurisprudenza ma senza l'anzianità di servizio di cinque anni in detta posizione funzionale, ha impugnato gli atti in epigrafe indicati con i quali il comune ha indetto una procedura selettiva esclusivamente riservata agli interni del profilo professionale immediatamente inferiore di Ispettore di P.M, con un'anzianità di servizio di 5 anni, per i quali era prevista altresì una deroga dal titolo di studio della laurea magistrale qualora in possesso di ulteriori 3 anni di anzianità in detta qualifica.
    Con motivi aggiunti di ricorso ha altresì impugnato la propria conseguente esclusione dalla procedura per carenza di detti requisiti.
    Si è costituta in giudizio l'amministrazione intimata che ha contro dedotto alle avverse censure chiedendo la reiezione del ricorso.
    2. L'istanza cautelare è stata accolta con ordinanza 496/2009 la quale ha rilevato che "gli atti impugnati appaiono configgenti con il principio del pubblico concorso enunciato dall'articolo 97 della Costituzione e dall'articolo 35 del D.lgs 165/2001 in quanto quest'ultimo strumento costituisce la regola per l'ammissione ai pubblici impieghi mentre la selezione esclusivamente interna rappresenta solo un'eccezione a cui ricorrere in presenza di speciali ragioni".
    L'ordinanza cautelare è stata confermata dal Consiglio di Stato con ordinanza 5057/2009 che ha condiviso le conclusioni cui è pervenuto il T.A.R..
    La difesa del ricorrente ha sviluppato le proprie difese con ulteriore memoria e, dopo ampia discussione orale delle parti costituite, la causa è stata trattenuta in decisione all'odierna udienza.
    3. Il ricorso è fondato.
    Costituisce un principio generale dell'ordinamento, di rilevo costituzionale, quello per cui «l'area delle eccezioni» al concorso deve essere «delimitata in modo rigoroso» (Corte Cost., sentenza n. 363 del 2006) e che le deroghe sono legittime solo in presenza di «peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico» idonee a giustificarle (Corte Cost., sentenza n. 81 del 2006). Non può, infatti, ritenersi sufficiente, a tal fine, la semplice circostanza che determinate categorie di dipendenti abbiano prestato la propria attività presso l'amministrazione (Corte Cost., sentenza 11 febbraio 2011 n. 42; Corte Cost., sentenza 15 dicembre 2010 n. 354; Corte Cost., sentenza n. 205 del 2006), né basta la «personale aspettativa degli aspiranti» ad una progressione di carriera. Occorrono invece particolari ragioni giustificatrici, ricollegabili alla peculiarità delle funzioni che il personale da reclutare è chiamato a svolgere, in particolare relativamente all'esigenza di consolidare specifiche esperienze professionali maturate all'interno dell'amministrazione e non acquisibili all'esterno, le quali facciano ritenere che la deroga al principio del concorso pubblico sia essa stessa funzionale alle esigenze di buon andamento dell'amministrazione. La natura comparativa e aperta della procedura è, pertanto, elemento essenziale del concorso pubblico. Procedure selettive riservate, che riducano irragionevolmente o escludano la possibilità di accesso dall'esterno, violano il «carattere pubblico» del concorso (Corte Cost., Sentenza 13 maggio 2010 n. 169;Corte Cost., sentenza n. 34 del 2004). e, conseguentemente, i principi di imparzialità e buon andamento, che esso assicura.
    3.1. Tali principi di rilievo costituzionale sono stati recepiti dal legislatore ordinario che all'articolo 35 del D.lgs 165 del 2001, applicabile agli enti locali in virtù dell'esplicito richiamo di cui all'articolo 88 del D.lgs 267 del 2000, ha previsto che le procedure selettive devono garantire in misura adeguata l'accesso dall'esterno.
    Del resto anche l'articolo 91 del citato D.lgs 267 del 2000 prevede esplicitamente la possibilità di effettuare concorsi interamente riservati al personale dipendente, solo in relazione a particolari profili o figure professionali caratterizzati da una professionalità acquisita esclusivamente all'interno dell'ente.
    4. Gli atti impugnati, sia il bando di concorso che l'articolo 45 del regolamento sui concorsi del comune di Rimini, ritualmente impugnati con il ricorso introduttivo, si pongono in aperto contrasto con detti principi e con il citato articolo 35 del D.lgs 165/2001, come già rilevato in sede cautelare.
    La qualifica di Commissario di Polizia Municipale, se può giustificare la scelta del comune di richiedere un'anzianità di servizio nelle posizioni immediatamente precedenti, oltre al possesso della laurea in giurisprudenza o equipollente, non può comunque giustificare né la deroga al principio del pubblico concorso né quella del possesso della laurea, ben potendo la necessaria esperienza essere acquisita prestando servizio presso altra amministrazione nelle qualifiche inferiori.
    5. Tale interpretazione è perfettamente conforme alla direttiva regionale di cui alla deliberazione della G.R. 14 febbraio 2005, n. 278, emanata ai sensi dell'articolo 12 della legge regionale 4 dicembre 2003, n. 24, la quale prevede inderogabilmente il requisito della laurea magistrale o specialistica in giurisprudenza o equipollente, per l'accesso alla figura di addetto al coordinamento e controllo corrispondente alla categoria contrattuale D, inquadramento D3 giuridico, ovvero proprio quella di Commissario di Polizia Municipale oggetto del concorso impugnato.
    Vero è che detta direttiva fa riferimento, per detta figura professionale, ad un accesso prioritariamente per progressione verticale ma ciò non significa che la procedura sia riservata agli interni dovendosi, invece, garantire il pubblico concorso per la progressione verticale.
    5.1. Analogamente, quando la direttiva regionale fa riferimento alla previsione del possesso di un'adeguata esperienza, in relazione alle particolari funzioni svolte dai Commissari di P.M., contempla un requisito aggiuntivo rispetto alla laurea prescritta e non sostitutivo della stessa.
    6. Per tali ragioni, di carattere assorbente rispetto alle ulteriori censure dedotte, il ricorso va accolto e, per l'effetto, va annullato il bando impugnato nonché, in parte qua, l'articolo 45, comma secondo, del regolamento dei concorsi anch'esso ritualmente impugnato.
    6.1. Ciò determina l'illegittimità derivata dell'esclusione del ricorrente disposta con il provvedimento impugnato con motivi aggiunti di ricorso che va conseguentemente annullata per le stesse ragioni.
    7. Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo.
    P. Q. M.
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per l'Emilia Romagna (Sezione Prima)
    definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l'effetto, annulla i provvedimenti impugnati con il ricorso introduttivo e con motivi aggiunti, come specificato in motivazione.
    Condanna il Comune intimato al pagamento delle spese di causa a favore del ricorrente che si liquidano in complessivi euro 3.000 (tre mila), oltre C.P.A. ed I.V.A..
     
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso in Bologna nella camera di consiglio del giorno 14 aprile 2011 con l'intervento dei magistrati:
     
    IL PRESIDENTE
    Giuseppe Calvo
    L'ESTENSORE
    Ugo Di Benedetto
    IL CONSIGLIERE
    Grazia Brini
     
    Depositata in Segreteria il 19 aprile 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
     

    Obbligo di provvedere: verificare caso per caso

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    N. 1916/2011 Reg. Prov. Coll.
    N. 1561 Reg. Ric.
    ANNO 1995
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Quinta) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 1561 del 1995, proposto da:
    C. A., rappresentato e difeso dall'avv. Giovanni Taglialatela, con domicilio eletto presso Giovanni Taglialatela in Napoli, via C. Rosaroll,70 C/0 S.Ruoppolo;
    contro
    Comune di Teano;
    per l'annullamento
    P.I.: INDENNITA' DI FINE RAPPORTO
    Visti il ricorso e i relativi allegati;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nell'udienza pubblica del giorno 3 febbraio 2011 il dott. Sergio Zeuli e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
    FATTO E DIRITTO
    1. Con il ricorso in esame parte ricorrente - premesso in fatto di essere dipendente del Comune di Teano; di aver precedentemente prestato ex Legge n. 285/1977 servizio non di ruolo; che per il periodo di rapporto non di ruolo l'Ente aveva applicato le trattenute previdenziali per versarle all'INADEL; - lamenta la violazione dell'art. 16 della Legge n. 152/1968, dell'art. 8 della Legge n. 75/1980, dell'art. 125 del DPR n. 3/1957 e della Legge n. 33/1980, chiedendo la condanna del Comune al pagamento dell'indennità di fine rapporto per il periodo di servizio prestato fuori ruolo, nonché la restituzione dei contributi previdenziali trattenuti mediante ritenzione dello stipendio.
    2. Il Collegio ritiene in via preliminare di dover dichiarare la parziale improcedibilità del gravame, attesa la riconosciuta corresponsione di quanto dovuto a titolo di indennità di fine servizio.
    3. Per il resto la Sezione è chiamata nella fattispecie a pronunciarsi sia sull'esistenza dell'obbligo dell'Amministrazione di pronunciare, sia sulla fondatezza o meno delle pretese sostanziali avanzate da parte ricorrente con l'atto di diffida ritualmente notificato.
    3.1 Per quanto concerne la verifica dell' obbligo di provvedere, va ricordato (ex multis, T.A.R. Campania, Napoli, V, 27.6.2007, n. 6312) che la stessa non va compiuta in astratto, ma in relazione alla domanda, perché quella invocata al Giudice investito della controversia non è una pronuncia qualsiasi, ma una pronuncia di comportamento positivo in relazione ad un preteso provvedimento che, almeno in via astratta, possa essere satisfattorio dell'interesse sostanziale fatto valere (TAR Lazio, Roma, I, 28.1.1998, n. 457; Cons. Stato, VI, 29.1.1997 n. 162; 19.2.1993, n. 170).
    Infatti, seppure in un ambito di attribuzioni amministrative contrassegnato da profili di discrezionalità che si oppone almeno in linea teorica ad una definizione del provvedimento richiesto dal privato in termini di prestazione-pretesa, è pur sempre rispetto all'oggetto concreto del procedimento, come individuato dalle allegazioni dell'istante, che vanno sindacati l'esistenza dell'obbligo di provvedere e l'eventuale inadempimento. Ciò specialmente dopo l'entrata in vigore della novella apportata dalla Legge n. 80/2005 all'art. 2, comma 4-bis, della Legge n. 241/1990, laddove è stato precisato che il giudice nel sindacato sul silenzio può conoscere "della fondatezza dell'istanza" avanzata dal privato; il più recente dato positivo conferma, infatti, che a tale, almeno in via puramente astratta, fondatezza più che alla mera attribuzione del potere, occorre aver riguardo sia per accertare l'esistenza concreta dell'obbligo di provvedere, sia l'effettiva realizzabilità dell'interesse sostanziale fatto valere in giudizio avverso il silenzio inadempimento (T.A.R. Lazio, Roma, III, 12.1.2006, n. 270; Cons. Stato, IV, 14.7.2003, n. 4159; VI, 10.2.2003, n. 672).
    3.2 Quanto al merito della controversia, come puntualmente chiarito dalla giurisprudenza (cfr. Cons. St., VI, 31.5.2005, n. 2842; IV, 19.10.2004, n. 6716; VI, 31.3.1999, n. 378; A.P., 7.2.1991, n. 1), nel sistema derivante dal combinato disposto delle disposizioni di cui alle Leggi n. 285/1977 e n. 33/1980 i giovani assunti in servizio e successivamente immessi nei ruoli a seguito della loro iscrizione nelle apposite graduatorie degli idonei sono titolari, nel tempo, di tre distinti rapporti, ai quali corrispondono diversi "status", ciascuno dei quali ha una specifica fonte normativa ed una autonoma disciplina: a) il primo, quello di socio di cooperativa (ovvero di assunto con contratto di formazione lavoro) con la quale l'Amministrazione ha stipulato una apposita convenzione, che continua ad essere regolato sotto tutti i profili dalla legge n. 285/1977 e dall'atto contrattuale e che, pertanto, pur essendo di pubblico impiego a tempo determinato, resta sempre un rapporto preliminare precario neppure assimilato al trattamento giuridico, assistenziale e previdenziale dei dipendenti pubblici non di ruolo; b) il secondo, quello che nasce con l'iscrizione nella apposita graduatoria degli idonei per l'immissione nei ruoli ai sensi della legge n. 33/1980, che costituisce un rapporto di impiego pubblico non di ruolo a tempo indeterminato fino all'immissione nei ruoli e che, conseguentemente, è assimilato allo status di dipendente pubblico non di ruolo; c) il terzo, che nasce con l'immissione nei ruoli, avente natura di pubblico impiego di ruolo e regolato dalle relative disposizioni, senza che vi sia alcuna disposizione che tenga conto, nell'ambito di tale rapporto, dell'anzianità maturata nel precedente ovvero nei precedenti rapporti.
    3.3 Nello specifico la Sezione, rimeditata la soluzione prospettata nel precedente citato da parte ricorrente, non può esimersi dal dichiarare l'inammissibilità del ricorso nella misura in cui afferisce alla mancata restituzione delle quote di ritenute previdenziali a carico del dipendente indebitamente trattenute, dal momento che il contraddittorio non è stato instaurato nei confronti dell'INADEL, ovvero dell'Ente di previdenza degli Enti locali - che è organismo dotato di personalità giuridica e persegue interessi di sicuro rilievo pubblicistico in relazione all'attività previdenziale e assistenziale da esso svolta, ciò per il riflesso degli aspetti sostanziali rappresentati e che trovano conferma anche nel rilievo che l'interesse giuridicamente protetto dal lavoratore alla realizzazione dei presupposti della tutela assicurativa non può essere soddisfatto se non con la cooperazione dell'Istituto assicuratore - ed al quale all'epoca erano state versate le ritenute previdenziali trattenute a parte ricorrente dal Comune intimato. La domanda concernente la restituzione dei contributi che risultano versati da dipendenti pubblici oltre il dovuto configura, infatti, una ipotesi di indebito oggettivo e, come è noto, nell'azione di ripetizione d'indebito oggettivo la legittimazione attiva e passiva spettano rispettivamente al solvens ed all'accipiens.
    4. Il Collegio, in conclusione, in disparte la considerazione che comunque i contributi previdenziali trattenuti dall'Ente hanno contribuito alla determinazione dell'ammontare della pensione di vecchiaia della stessa parte ricorrente, ritiene che il ricorso vada dichiarato in parte improcedibile, in parte inammissibile.
    Non si fa luogo a pronuncia sulle spese in assenza di costituzione dell'Amministrazione resistente.
    P. Q. M.
    Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Quinta) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo dichiara in parte improcedibile, in parte inammissibile.
    Nulla per le spese.
    Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 3 febbraio 2011 con l'intervento dei magistrati:
     
    IL PRESIDENTE F.F.
    Vincenzo Cernese
    L'ESTENSORE
    Sergio Zeuli
    IL CONSIGLIERE
    Gabriele Nunziata
     
    Depositata in Segreteria il 5 aprile 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
     

    Equo indennizzo e risarcimento del danno del pubblico dipendente: come, quando, perchè

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    N. 701/2011 Reg. Prov. Coll.
    N. 870 Reg. Ric.
    ANNO 2009
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Terza) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 870 del 2009, proposto da:
    C. G., rappresentato e difeso dall'avv. Antonio Saitta, con domicilio eletto presso questo TAR, Segreteria, in Catania, Via Milano 42a;
    contro
    Ministero dell'interno, in persona del Ministro p.t., Questura di Siracusa, in persona del Questore p.t., rappresentati e difesi dall'Avvocatura Distrettuale di Catania, domiciliataria per legge in Catania, Via Vecchia Ognina, 149;
    per l'annullamento
    del decreto del Ministero dell'interno - Dipartimento della Pubblica Sicurezza dell'8 ottobre 2008 prot. n. 1257, notificato il 16 gennaio 2009, con il quale è stata concessa al ricorrente l'indennità speciale "una tantum" di 5^ categoria, misura massima, nella misura di euro 18.313,81 (euro diciottomilatrecentotredici/81) per la menomazione dell'integrità fisica conseguente alle seguenti infermità, riconosciute come dipendenti da causa di servizio: "1) Cardiopatia ischemica cronica post-infartuale in iperteso; 2) Broncopatia cronica in soggetto fumatore", nella parte in cui non riconosce al ricorrente gli ulteriori danni subiti e subendi in conseguenza delle stesse;
    per l'accertamento e la declaratoria
    della responsabilità ex art. 2087 c.c. delle Amministrazioni intimate nell'aggravamento dello stato di salute del ricorrente a seguito del cambio di sede e dello svolgimento dell'attività lavorativa dal giugno 1999 al settembre 2007 presso la Questura di Siracusa, che ha comportato l'inidoneità permanente al servizio nella Polizia di Stato e il collocamento in congedo assoluto;
    per la condanna
    delle Amministrazioni intimate, per quanto di rispettiva competenza, al pagamento delle relative somme a titolo di risarcimento dei danni conseguenti, con interessi e rivalutazione monetaria come per legge, nonché del secondo assegno di funzione ai 29 anni di servizio a vita.
    Visti il ricorso e i relativi allegati;
    Visti gli atti di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno e di Questura di Siracusa;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nell'udienza pubblica del giorno 23 febbraio 2011 il dott. Giovanni Milana e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
    FATTO
    Il Sig. C. G., Vice Sovrintendente della Polizia di Stato, in servizio presso la Questura di Messina, residente a Villafranca Tirrena (Messina) espone di essere stato trasferito presso la Questura di Siracusa nel giugno 1999, sicchè dal momento del trasferimento avrebbe iniziato una spola tra Siracusa e Villafranca ove risiedeva la sua famiglia.
    Ciò avrebbe indotto nel ricorrente un notevole stress.
    Nel frattempo, oltre a svolgere il regolare servizio, il ricorrente avrebbe svolto attività di formazione del personale della Polizia di Stato della Questura di Siracusa (prima questura sperimentale in Sicilia) e dei sette commissariati della Provincia.
    In data 29 settembre 2004, l'esponente accusava i primi segni di stress psicofisico, venendo ricoverato d'urgenza per un malessere all'Ospedale Piemonte di Messina con la diagnosi "BPCO riacutizzata in obeso - Miocardio sclerotico".
    Tornato in servizio, avrebbe continuato a svolgere la propria attività lavorativa per quasi 11-12 ore giornaliere.
    In data 5 gennaio 2005, veniva colto da malore e trasportato d'urgenza prima all'Ospedale Piemonte di Messina e poi presso l'Ospedale S. Vincenzo di Taormina, ove il personale medico del reparto cardiologico lo sottoponeva ad angioplastica. In data 9 gennaio 2005 veniva dimesso con la diagnosi di "infarto al miocardio acuto apicale; Pci + stent su IMA; ipertensione arteriosa - obesità".
    Sottopostosi a visita cardiologica in data 17 febbraio 2005 presso l'ambulatorio di cardiologia dell'Ospedale S. Vincenzo di Taormina, l'esponente si sottoponeva a visita medica anche presso un libero professionista, il quale certificava che l'interessato risultava "affetto da broncopatia cronica con insufficienza respiratoria, esiti di infarto del miocardio, ipertensione arteriosa in paziente obeso".
    Da ecocardiogramma svolto in data 2 maggio 2005 presso l'Azienda Ospedaliera Piemonte di Messina, risultava "ai limiti superiori di norma le dimensioni delle cavità di sinistra. Aumento degli spessori parietali del ventricolo sinistro. Acinesia del setto intraventricolare medio distale. Funzione globale di pompa conservata. Segni di alterato rilasciamento ventricolare. Lieve insufficienza valvolare mitralica".
    Dalle prove di funzionalità respiratoria effettuate in data 9 maggio 2005 presso il Servizio di terapia medica generale e riabilitazione cardiorespiratoria dell'USL n. 42 - Messina Sud, risultava una "lieve sindrome disventilatoria restrittiva" ed una età polmonare di anni 68 (a fronte dei 44 effettivi).
    Con certificato del 13 maggio 2005 della Divisione di cardiologia presso l'Azienda Ospedaliera Piemonte di Messina, si accertava la sussistenza di "ipertensione arteriosa e bronchite cronica ostruttiva".
    Da scintigrafia miocardica eseguita presso l'Istituto Diagnostico di Reggio Calabria in data 23 novembre 2005 risultava a referto "la presenza di circoscritto deficit di fissazione miocardica del radio farmaco in sede antero-apicale. Tale rilievo non mostra significative variazioni nelle immagini ripetute a riposo".
    Sottoposto, in data 30 novembre 2005, a visita medico collegiale presso la C.M.O. di Augusta, veniva riscontrato nel ricorrente "a) broncopatia cronica in soggetto fumatore, b) cardiopatia ischemica cronica post-infartuale in iperteso; c) eccesso ponderale" e veniva giudicato "permanente non idoneo al servizio di istituto nel ruolo di appartenenza, ma non in modo assoluto: si impiegabile in altri ruoli della Polizia di Stato (DPR 339/82) in compiti che non lo espongano a stress psicofisici". Le suddette infermità venivano così ritenute ascrivibili ai fini dell'eventuale equo indennizzo: "l'infermità di cui alla lettera A) alla Tabella B misura MASSIMA; l'infermità di cui alla lettera B) alla Tabella A categoria QUINTA misura MASSIMA; l'infermità di cui alla lettera C) a Nessuna categoria, in quanto NON CLASSIFICABILE. La menomazione complessiva è ascrivibile alla Tabella A categoria QUARTA (7^+5^)".
    Presentate al Ministero dell'interno domande di trasferimento per la sede di Messina, queste venivano rigettate in quanto il Questore di Messina "ha espresso parere contrario al riguardo".
    In data 7 aprile 2006, a visita presso l'A.U.S.L. n. 5 di Messina, 4^ Commissione medica per l'accertamento di invalidità civile, veniva diagnosticata "cardiopatia ischemica (IMA), BPCO, ipertensione arteriosa".
    Nell'adunanza n. 95/2006 del 27 giugno 2006, il Ministero dell'economia e delle finanze - Comitato di verifica per le cause di servizio esprimeva il proprio parere nei confronti del ricorrente, evidenziando che "le infermità 1) Broncopatia cronica in soggetto fumatore; 2) Cardiopatia ischemica cronica post-infartuale in iperteso possono riconoscersi dipendenti da fatti di servizio, in quanto dalla relazione trasmessa dall'Amministrazione e dalla documentazione in atti è dato ravvisare, nel caso di specie, il nesso eziologico tra le infermità enunciate dal richiedente e riscontrate dalla Commissione Medica e l'attività di servizio prestata e che, comunque, gli elementi e le circostanze di fatto evidenziati si prospettano in rapporto di valida efficienza eziopatogenetica con l'insorgenza e l'evoluzione degli eventi morbosi".
    Il Servizio Trattamento di Pensione e Previdenza del Ministero dell'interno, a seguito del parere del Comitato di Verifica per le cause di servizio, con decreto n. 808/R del 19 settembre 2006 riconosceva dipendente da causa di servizio le infermità "2) broncopatia cronica in soggetto fumatore", conoscibile al 17 settembre 2000, "3) cardiopatia ischemica cronica post-infartuale in iperteso", conoscibile al 29 settembre 2004, mentre respingeva la richiesta di riconoscimento per "eccesso ponderale".
    Collocato in aspettativa per infermità con provvedimento del Ministero dell'Interno - Dipartimento di Pubblica Sicurezza del 25 settembre 2006 prot. n. 333-D/24745/Parz., con successivo decreto del 17 ottobre 2006 rientrava in servizio per essere adibito a "servizi interni diurni" a decorrere dal 23 ottobre 2006.
    Da esame ecodoppler eseguito il 18 ottobre 2006 presso IRCCS Centro Neurolesi "Bonino Pulejo" di Messina risultava "ventricolo sinistro con discreta funzione contrattile e alterazioni post-IMA della cinesi segmentaria". A seguito di visita medica presso un medico libero professionista, il ricorrente risultava "affetto da stato ansioso depressivo in paziente con brancopatia cronica e cardiopatia ischemica con pregresso infarto".
    Sottoposto, in data 22 gennaio 2007, a visita medico collegiale presso la C.M.O. di Messina, veniva riscontrato nel ricorrente "stato ansioso depressivo in paziente con cardiopatia ischemica (pregresso IMA) RPCO e ipertensione arteriosa", come confermato da certificato prot. n. 36/07 del 26 marzo 2007 dell'A.U.S.L. n. 5 di Messina, Dipartimento salute mentale.
    Sottoposto, in data 28 marzo 2007, a visita medico collegiale presso la C.M.O. di Messina, veniva riscontrato nel ricorrente "1) sindrome ansioso depressiva 2) cardiopatia ischemica cronica post-infartuale in iperteso 3) broncopatia cronica asmatica con segni spirometrici di ostruzione delle vie aeree", confermata dalla successiva visita del 22 giugno 2007, in cui si evidenziava "persistente sindrome ansioso depressiva di grado medio".
    La C.M.O. di Messina, a seguito di visita medica del 29 agosto 2007, esprimeva il seguente giudizio diagnostico: "1) Broncopatia cronica in soggetto fumatore" 2) Cardiopatia ischemica cronica post-infartuale in iperteso 3) Sindrome ansioso depressiva cronica di grado medio". In ordine all'idoneità così si esprimeva: "è permanentemente non idoneo al servizio d'istituto in tutti i ruoli della Polizia di Stato in modo assoluto. E' sì ulteriormente impiegabile solo in altre Amministrazioni dello Stato, in compiti che non lo espongano a stress psicofisici".
    Con decreto del Ministero dell'interno del 13 settembre 2007 prot. n. 333-D/24745/DIS, il ricorrente veniva dispensato dal servizio per fisica inabilità a decorrere dal 2 settembre 2007.
    Con decreto n. 1257 dell'8 ottobre 2008, notificato in data 16 gennaio 2009, il Ministero dell'interno riconosceva al ricorrente la concessione del beneficio dell'indennità speciale "una tantum", di euro 18.313,81 (euro diciottomilatrecentotredici/81), nulla affermando e, quindi, nulla riconoscendo o liquidando, per le ulteriori voci di danno subite dal ricorrente.
    Avverso tale provvedimento, pertanto, il Sovrintendente C. G., propone il ricorso in esame chiedendo al T.A.R. di:
    a) annullare in parte qua il provvedimento impugnato, nella parte in cui non riconosce i giusti indennizzi in conseguenza delle infermità riconosciute come dipendenti da causa di servizio e, per l'effetto, accertare e dichiarare la responsabilità ex art. 2087 c.c. delle Amministrazioni resistenti;
    b) conseguentemente, condannare le Amministrazioni intimate alla corresponsione delle somme che risulteranno dovute da disponenda C.T.U. o che il Tribunale riterrà eque, anche a titolo di risarcimento del danno all'integrità psico-fisica e biologico, nonché di danno esistenziale, morale, alla vita di relazione, alla capacità lavorativa (e di quant'altro dovesse risultare in corso di causa dovuto), con interessi e rivalutazione monetaria come per legge;
    c) condannare le Amministrazioni resistenti alla corresponsione del secondo assegno di funzione ai 29 anni di servizio, che per i suddetti motivi di salute il ricorrente non ha potuto raggiungere, con interessi e rivalutazione, come per legge.
    Il ricorrente afferma che, come proverebbero i registri di servizio allegati agli atti ed i vari verbali delle Commissioni Mediche Ospedaliere, la condotta tenuta dall'Amministrazione intimata costituirebbe inadempimento contrattuale degli obblighi del datore di lavoro, ex art. 2087 del c.c., che avrebbe comportato l'inidoneità permanente di esso ricorrente e quindi la responsabilità della stessa Amministrazione per danno, patrimoniale, biologico, morale, alla professionalità, ed esistenziale patito dal ricorrente.
    L'Avvocatura Distrettuale dello Stato, ha chiesto il rigetto del ricorso controdeduncendo in punto di fatto e di diritto alle doglianze ivi formulate.
    Alla pubblica udienza del 23/2/2011 il ricorso è passato in decisione.
    DIRITTO
    Il ricorrente ha ottenuto (con l'impugnato decreto n. 1257 dell'8 ottobre 2008) l'indennità speciale "una tantum" per un ammontare di Euro 18.313,81(diciottomilatrecentotredici/81) quale indennizzo per patologie sofferte che sono state inquadrate: la prima patologia nella 5^ categoria, e la seconda nella Tab. B di cui al D.P.R. 23 dicembre 1978, n. 915, come sostituita dal D.P.R. 30 dicembre 1981, n. 834. ai sensi dell'art. 7 del D.P.R. 738/1981.
    Detta indennità speciale per legge non è per legge "cumulabile con altre specifiche provvidenze corrisposte o da corrispondersi allo stesso titolo" (cfr. art. 7, cit. ) che spetta al solo personale delle forze di Polizia divenuto invalido, purché effettivamente impiegato, dopo la accertata parziale invalidità, in compiti di istituto.
    Secondo la doglianze formulate con il ricorso in epigrafe, l'indennità liquidata non sarebbe sattisfattiva di tutti i danni subiti atteso che:
    a) le patologie riscontrate avrebbero dovuto essere inquadrate secondo parametri più elevati già in riferimento alle tabelle richiamate. In particolare, la patologia cardiaca avrebbe dovuto essere ricondotta alla prima categoria della Tab. A, n. 20 (cardiopatie organiche in stato di permanente scompenso o con grave e permanente insufficienza coronaria ecg accertata) o, in subordine, alla seconda categoria, della medesima Tab. A, n. 13 (cardiopatie con sintomi di scompenso di entità tali da non essere ascrivibili alla prima categoria), ovvero, a tutto voler concedere, alla quarta categoria, n. 9 (le malattie di cuore senza sintomi di scompenso evidenti, ma con stato di latente insufficienza del miocardio);
    b) in secondo luogo, a norma dell'art. 2087 c.c., nonché delle leggi in materia di sicurezza sul lavoro, grava sul datore di lavoro l'obbligo di garantire un ambiente di lavoro sereno e produttivo, e di prestare una particolare protezione rivolta ad assicurare l'integrità fisica-psichica e la salvaguardia sul luogo di lavoro della dignità e dei diritti fondamentali del lavoratore si chiede l'accertamento della responsabilità dell'Amministrazione per i danni alla salute derivati dallo stress psico-fisico lavorativo sofferto dal ricorrente. In particolare: lo stress, deriverebbe da una situazione di sotto-dimensionamento dell'organico della P.A., che avrebbe comportato un eccessivo carico di lavoro per il ricorrente; pertanto, oltre che al riconoscimento della causa di servizio, al fine della corresponsione dell'equo indennizzo, dovrebbe essere addebitato all'Amministrazione il risarcimento del danno biologico per violazione dell'art. 2087 c.c., avuto riguardo al fatto che lo stress al quale, per negligenza, l'Amministrazione stessa avrebbe sottoposto il ricorrente costituirebbe concause delle patologie da esso sofferte.
    La doglianza di cui al precedente punto a) si appalesa infondata.
    La C.M.O. di Augusta aveva riscontrato nel ricorrente una cardiopatia ischemica cronica post- infartuale in iperteso, non ravvisando, però, né sintomi di scompenso evidenti con grave e permanente insufficienza coronarica, né cardiopatie con sintomi di scompenso di entità tali da essere iscritte alla prima categoria, né evidente stato di latente insufficienza del miocardio.
    Detto giudizio dalla Commissione è stato confermato dalla C.M.O. di Messina e non è stato contestato dal ricorrente, e il connesso inquadramento della patologia si è ormai consolidato.
    Peraltro detto inquadramento - nell'ambito della quarta categoria della Tab. A - si appalesa congruo e non inficiato da vizi di logicità avuto riguardo al fatto che "le malattie di cuore senza sintomi di scompenso evidenti, ma con stato di latente insufficienza del miocardio"(patologia diagnosticata al ricorrente) rientrano nella quarta categoria, punto 13 della Tab A della L. n. 648/1950.
    Neppure la domanda accertamento dell'inadempimento da parte dell'amministrazione intimata degli obblighi scaturente ex art.2087 del c.c., e la conseguente condanna della stessa al risarcimento in favore del sig. G. dei danni patrimoniale, biologico, morale ed esistenziale si appalesa valutabile positivamente.
    Nel rimproverare all'Amministrazione di non avere adottato le adeguate misure, normativamente previste, a tutela della sicurezza del lavoro, causando così l'insorgere di quella situazione di stress che avrebbe portato alle patologie da esso patite, il ricorrente fa valere una responsabilità contrattuale dell'Amministrazione, per violazione dei suoi doveri nascenti dal rapporto di lavoro, riconducibili, in primo luogo, all'art. 2087 c.c., relativo alla "tutela delle condizioni di lavoro", ai sensi del quale "l'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro".
    Però l'art. 2087 non configura un'ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione di specifici obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento. Ne consegue che incombe sul lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell'attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l'onere di provare non solo l'esistenza di tale danno, ma altresì la nocività dell'ambiente di lavoro ed il nesso eziologico tra l'uno e l'altro; sicché solo se il lavoratore abbia fornito la prova di tali circostanze sussiste per il datore di lavoro l'onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi.
    Sta di fatto che l'assunto di parte ricorrente, laddove si denuncia che il l'infarto cardiaco sarebbe derivante dall'eccessivo impegno lavorativo, appare del tutto generico perché si adducono a sostengo:
    - dei conteggi relativi ad ore di lavoro prestato dal ricorrente nel periodo intercorrete tra i gennaio del 2005 ed il 13/9/2007, tendenti a dimostrare che l'Amministrazione avrebbe illegittimamente imposto al sig. G. turni di lavoro di 10/11 ore giornaliere;
    - il diniego del trasferimento a Messina (che avrebbe gravato il ricorrente di un ulteriore fatica costituita dal viaggio casa-ufficio con percorrenza di 200 km);
    senza tuttavia dimostrare, da un lato, la presupposta "illegittimità" dei detti turni di lavoro e, dall'altro, la responsabilità della PA circa la residenza del ricorrente non coincidente con la sede di lavoro.
    Né la riconosciuta dipendenza delle malattie da una "causa di servizio" implica necessariamente che gli eventi dannosi siano derivati dalle condizioni di insicurezza dell'ambiente di lavoro, potendo essi dipendere piuttosto - come il Collegio ritiene di poter rilevare nel caso in esame - dalla qualità intrinsecamente usurante della ordinaria prestazione lavorativa e dal logoramento dell'organismo del dipendente esposto (nella fattispecie il ricorrente sostiene che l'Amministrazione, pur consapevole dello stato di malattia di esso ricorrente lo avrebbe adibito a mansioni superiori alla sua qualifica, senza adeguato supporto di collaboratori, suscettibili per la loro natura e per lo specifico impegno fisico e mentale - di metterne in pericolo la salute e in un ambiente di lavoro disagiato e distante dal Comune di residenza).
    L'Amministrazione, però, ha validamente contestato quanto dedotto con i motivi di ricorso allegando un quadro preciso delle ore di servizio mensilmente prestate dal ricorrente.
    Da detta documentazione emerge che il ricorrente è stato impegnato in servizi interni agli uffici dell'Amministrazione, presso la sala operativa con funzione di coordinatore del servizio, svolgendo le mansioni corrispondenti alla qualifica acquisita a seguito di due corsi svolti a cura dell'Amministrazione dall'Amministrazione nel maggio del 2002 e nel luglio del 2004.
    L'Amministrazione, alla data del 5/10/2004, non era a conoscenza della patologia cardiaca del ricorrente atteso che questi, al rientro di un periodo di assenza per malattia, aveva presentato un certificato medico che però non faceva alcun riferimento a vasculopatie o patologie cardiache.
    Rientrato i servizio dopo un altro periodo di congedo per malattia, in data 18/10/2004 il sig. G. svolgeva complessivamente 21 ore di lavoro straordinario con un media giornaliere ore 7 e venti minuti di lavoro e con tre punte di 11 ore di lavoro.
    Nel mese di novembre la media giornaliera di ore lavorate è stata di otto ore e 53 minuti, con un punta massima di ore 11 in sette giorni, per complessive 47 ore di lavoro straordinario.
    In data 8/11/2004, il medico di famiglia certificava la diagnosi di lombosciatalgia, ma non ancora alcun riferimento a problemi cardiologici, né di vasculopatie.
    Nel mese di dicembre le ore di straorinario lavorate sono state 62, con un picco massimo di ore complessive di lavoro in 10 giorni.
    Nel mese di gennaio 2005 il ricorrente ha prestato una sola ora di straordinario.
    Quindi nel periodo 18/10/2004 20/1/2005 le ore di lavoro straordinario sono state complessivamente 131.
    Tali dati coincidono con quelle di altri dipendenti.
    Soltanto in data 11/3/2005 la Questura di Siracusa veniva, per la prima volta, a conoscenza della patologia cardiologica del sig. G..Quindi solo da detta data l'Amministrazione ha avuto conoscenza del fatto che il sig. G. fosse cardiopatico.
    Peraltro, nel periodo successivo a detta data il ricorrente ha prestato, nei giorni in cui è stato presente al lavoro una media di ore lavorative tra le otto e le nove ore giornaliere, mentre, a causa delle patologie sofferte e rimasto assente dal servizio per un periodo complessivo di ben otto mesi.
    Alla luce dei dati forniti dall'Amministrazione, se può ritenersi che il lavoro svolto abbia contribuito, quale concausa, all'insorgenza delle patologie, non può ritenersi sufficientemente provato che l'Amministrazione abbia violato obblighi generici o specifici di diligenza previsti dall'art. 2087 c.c.. Infatti:
    - le ore lavorative prestate dal ricorrente rientrano nella media delle ore di servizio prestate dai colleghi del ricorrente;
    - il sig. G. non è stato utilizzato per servizi esterni con profili di rischio o di stress fisico;
    - lo stesso ricorrente non indica quale servizio alternativo, in base alla qualifica rivestita, l'Amministrazione avrebbe dovuto affidargli.
    Per quanto attiene alla doglianze afferenti al diniego opposto dall'Amministrazione alla domanda di essere trasferito a Messina, al fine di evitare lo stress scaturente da un pendolarismo di oltre 200 chilometri al giorno, l'Amministrazione ha fornito valide ragioni poste a supporto di detto diniego (che il ricorrente, peraltro, non ha ritenuto di impugnare così incorrendo in obiettiva corresponsabilità, rilevante in termini risarcitori ex artt. 1227 e 2056 cod. civ.).
    Per non dire che, dagli atti di causa, emerge che l'odierno ricorrente era stato trasferito dalla Questura di Messina in quanto esso era stato oggetto di cinque procedimenti disciplinari promossi dal Questure di quella città ed inoltre, in ragione di due procedimenti penali in cui aveva riportato condanne passate in giudicato.
    Dette circostanze avevano determinato, per il sig. G., una assoluta incompatibilità ambientale con la sede di Messina. D'altro canto, l'Amministrazione fa presente che il ricorrente poteva alloggiare, per sua comodità, in una caserma della Polizia sita in Siracusa.
    Quindi, dal quadro fattuale emergente dagli atti processuali non è dato rilevare una specifica violazione, da parte dell'Amministrazione, del comportamento che il datore di lavoro è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa, assumendo "le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro".
    Nella fattispecie, sebbene, indubbiamente il sig. G. sia stato sottoposto ad orari di lavoro stressanti ciò è dipeso non dalla negligenza dell'Amministrazione, ma dalla peculiarità delle funzioni esercitate dal ricorrente e detti orari hanno interessato il restante personale della Questura. Nella consapevolezza del particolare stress derivato dai turni di lavoro, l'Amministrazione ha liquidato l'indennità indicata in epigrafe che, per legge, va ritenuta assorbente di tutti i danni alla salute, sotto vari profili, sopportati dal sig. G..
    Alla luce delle considerazioni che precedono anche la domanda di corresponsione del secondo assegno di funzione ai 29 anni di servizio (che per i motivi di salute il ricorrente non ha potuto raggiungere) si appalesa infondata, avuto riguardo anche al fatto che esso ha ottenuto (col decreto impugnato), l'indennità speciale "una tantum" per un ammontare di euro 18.313,81; indennità speciale che per legge non è "cumulabile con altre specifiche provvidenze corrisposte o da corrispondersi allo stesso titolo" (cfr. art. 7 D.P.R. 738/1981 ) e che spetta al solo personale delle forze di Polizia divenuto invalido, purché effettivamente impiegato, dopo la accertata parziale invalidità, in compiti di istituto.
    In materia la giurisprudenza non è univocamente orientata. Secondo un primo e restrittivo indirizzo il pubblico dipendente non ha diritto al risarcimento per il danno biologico sofferto nel corso dell'attività lavorativa atteso che le menomazioni provocate da infermità derivanti da causa di servizio trovano il loro compenso nella liquidazione dell' equo indennizzo (cfr. T.A.R. Umbria Perugia, 1 settembre 2003, n. 710). Secondo altro indirizzo, la possibilità per il dipendente pubblico di cumulare, per lo stesso evento dannoso, l'equo indennizzo ed il risarcimento dei danni sussiste nell'ipotesi di danno psicofisico sofferto dal dipendente stesso in conseguenza del fatto di terzo (cfr. T.A.R. Lazio Roma, sez. III, 20 gennaio 2006, n. 438).
    Il Consiglio di Stato Sez. IV. con decisione 31 marzo 2009, n. 2009 ha ritenuto ammissibile il cumulo tra equo indennizzo e risarcimento per danno biologico per infermità contratta dal pubblico dipendente per causa di servizio, ma ha anche ritenuto di sottolineare che la prova certa di un danno biologico risarcibile, non può essere automaticamente desunta dalla circostanza che al dipendente sia stata riconosciuta la dipendenza da causa di servizio ai fini dell'equo indennizzo; ciò in quanto occorre in questi casi la ulteriore e specifica prova, il cui onere è a carico del ricorrente, che la P.A. abbia violato specifiche regole di legge o contrattuali, ovvero i principi di cui all'art. 2087 cod. civ..
    Da qui la conseguenza che, contrariamente a quanto sembra assumere parte ricorrente, l'insorgere di una patologia connessa all'attività lavorativa non significa necessariamente che il datore di lavoro ne debba responsabile per inadempimento o per fatto illecito.
    Per le considerazioni che precedono il ricorso va rigettato.
    Attesa la natura della controversia e la peculiarità della fattispecie appare giusto compensare integralmente le spese di giudizio tra le parti.
    P. Q. M.
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto,lo rigetta.
    Spese compensate.
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso in Catania nella camera di consiglio del giorno 23 febbraio 2011 con l'intervento dei magistrati:
    IL PRESIDENTE
    Calogero Ferlisi
    L'ESTENSORE
    Giovanni Milana
    IL CONSIGLIERE
    Gabriella Guzzardi
    Depositata in Segreteria il 23 marzo 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
    Ultimo aggiornamento Mercoledì 08 Giugno 2011 18:48
     


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Mondolegale 2011
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