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    Equo indennizzo e risarcimento del danno del pubblico dipendente: come, quando, perchè

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    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Terza) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 870 del 2009, proposto da:
    C. G., rappresentato e difeso dall'avv. Antonio Saitta, con domicilio eletto presso questo TAR, Segreteria, in Catania, Via Milano 42a;
    contro
    Ministero dell'interno, in persona del Ministro p.t., Questura di Siracusa, in persona del Questore p.t., rappresentati e difesi dall'Avvocatura Distrettuale di Catania, domiciliataria per legge in Catania, Via Vecchia Ognina, 149;
    per l'annullamento
    del decreto del Ministero dell'interno - Dipartimento della Pubblica Sicurezza dell'8 ottobre 2008 prot. n. 1257, notificato il 16 gennaio 2009, con il quale è stata concessa al ricorrente l'indennità speciale "una tantum" di 5^ categoria, misura massima, nella misura di euro 18.313,81 (euro diciottomilatrecentotredici/81) per la menomazione dell'integrità fisica conseguente alle seguenti infermità, riconosciute come dipendenti da causa di servizio: "1) Cardiopatia ischemica cronica post-infartuale in iperteso; 2) Broncopatia cronica in soggetto fumatore", nella parte in cui non riconosce al ricorrente gli ulteriori danni subiti e subendi in conseguenza delle stesse;
    per l'accertamento e la declaratoria
    della responsabilità ex art. 2087 c.c. delle Amministrazioni intimate nell'aggravamento dello stato di salute del ricorrente a seguito del cambio di sede e dello svolgimento dell'attività lavorativa dal giugno 1999 al settembre 2007 presso la Questura di Siracusa, che ha comportato l'inidoneità permanente al servizio nella Polizia di Stato e il collocamento in congedo assoluto;
    per la condanna
    delle Amministrazioni intimate, per quanto di rispettiva competenza, al pagamento delle relative somme a titolo di risarcimento dei danni conseguenti, con interessi e rivalutazione monetaria come per legge, nonché del secondo assegno di funzione ai 29 anni di servizio a vita.
    Visti il ricorso e i relativi allegati;
    Visti gli atti di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno e di Questura di Siracusa;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nell'udienza pubblica del giorno 23 febbraio 2011 il dott. Giovanni Milana e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
    FATTO
    Il Sig. C. G., Vice Sovrintendente della Polizia di Stato, in servizio presso la Questura di Messina, residente a Villafranca Tirrena (Messina) espone di essere stato trasferito presso la Questura di Siracusa nel giugno 1999, sicchè dal momento del trasferimento avrebbe iniziato una spola tra Siracusa e Villafranca ove risiedeva la sua famiglia.
    Ciò avrebbe indotto nel ricorrente un notevole stress.
    Nel frattempo, oltre a svolgere il regolare servizio, il ricorrente avrebbe svolto attività di formazione del personale della Polizia di Stato della Questura di Siracusa (prima questura sperimentale in Sicilia) e dei sette commissariati della Provincia.
    In data 29 settembre 2004, l'esponente accusava i primi segni di stress psicofisico, venendo ricoverato d'urgenza per un malessere all'Ospedale Piemonte di Messina con la diagnosi "BPCO riacutizzata in obeso - Miocardio sclerotico".
    Tornato in servizio, avrebbe continuato a svolgere la propria attività lavorativa per quasi 11-12 ore giornaliere.
    In data 5 gennaio 2005, veniva colto da malore e trasportato d'urgenza prima all'Ospedale Piemonte di Messina e poi presso l'Ospedale S. Vincenzo di Taormina, ove il personale medico del reparto cardiologico lo sottoponeva ad angioplastica. In data 9 gennaio 2005 veniva dimesso con la diagnosi di "infarto al miocardio acuto apicale; Pci + stent su IMA; ipertensione arteriosa - obesità".
    Sottopostosi a visita cardiologica in data 17 febbraio 2005 presso l'ambulatorio di cardiologia dell'Ospedale S. Vincenzo di Taormina, l'esponente si sottoponeva a visita medica anche presso un libero professionista, il quale certificava che l'interessato risultava "affetto da broncopatia cronica con insufficienza respiratoria, esiti di infarto del miocardio, ipertensione arteriosa in paziente obeso".
    Da ecocardiogramma svolto in data 2 maggio 2005 presso l'Azienda Ospedaliera Piemonte di Messina, risultava "ai limiti superiori di norma le dimensioni delle cavità di sinistra. Aumento degli spessori parietali del ventricolo sinistro. Acinesia del setto intraventricolare medio distale. Funzione globale di pompa conservata. Segni di alterato rilasciamento ventricolare. Lieve insufficienza valvolare mitralica".
    Dalle prove di funzionalità respiratoria effettuate in data 9 maggio 2005 presso il Servizio di terapia medica generale e riabilitazione cardiorespiratoria dell'USL n. 42 - Messina Sud, risultava una "lieve sindrome disventilatoria restrittiva" ed una età polmonare di anni 68 (a fronte dei 44 effettivi).
    Con certificato del 13 maggio 2005 della Divisione di cardiologia presso l'Azienda Ospedaliera Piemonte di Messina, si accertava la sussistenza di "ipertensione arteriosa e bronchite cronica ostruttiva".
    Da scintigrafia miocardica eseguita presso l'Istituto Diagnostico di Reggio Calabria in data 23 novembre 2005 risultava a referto "la presenza di circoscritto deficit di fissazione miocardica del radio farmaco in sede antero-apicale. Tale rilievo non mostra significative variazioni nelle immagini ripetute a riposo".
    Sottoposto, in data 30 novembre 2005, a visita medico collegiale presso la C.M.O. di Augusta, veniva riscontrato nel ricorrente "a) broncopatia cronica in soggetto fumatore, b) cardiopatia ischemica cronica post-infartuale in iperteso; c) eccesso ponderale" e veniva giudicato "permanente non idoneo al servizio di istituto nel ruolo di appartenenza, ma non in modo assoluto: si impiegabile in altri ruoli della Polizia di Stato (DPR 339/82) in compiti che non lo espongano a stress psicofisici". Le suddette infermità venivano così ritenute ascrivibili ai fini dell'eventuale equo indennizzo: "l'infermità di cui alla lettera A) alla Tabella B misura MASSIMA; l'infermità di cui alla lettera B) alla Tabella A categoria QUINTA misura MASSIMA; l'infermità di cui alla lettera C) a Nessuna categoria, in quanto NON CLASSIFICABILE. La menomazione complessiva è ascrivibile alla Tabella A categoria QUARTA (7^+5^)".
    Presentate al Ministero dell'interno domande di trasferimento per la sede di Messina, queste venivano rigettate in quanto il Questore di Messina "ha espresso parere contrario al riguardo".
    In data 7 aprile 2006, a visita presso l'A.U.S.L. n. 5 di Messina, 4^ Commissione medica per l'accertamento di invalidità civile, veniva diagnosticata "cardiopatia ischemica (IMA), BPCO, ipertensione arteriosa".
    Nell'adunanza n. 95/2006 del 27 giugno 2006, il Ministero dell'economia e delle finanze - Comitato di verifica per le cause di servizio esprimeva il proprio parere nei confronti del ricorrente, evidenziando che "le infermità 1) Broncopatia cronica in soggetto fumatore; 2) Cardiopatia ischemica cronica post-infartuale in iperteso possono riconoscersi dipendenti da fatti di servizio, in quanto dalla relazione trasmessa dall'Amministrazione e dalla documentazione in atti è dato ravvisare, nel caso di specie, il nesso eziologico tra le infermità enunciate dal richiedente e riscontrate dalla Commissione Medica e l'attività di servizio prestata e che, comunque, gli elementi e le circostanze di fatto evidenziati si prospettano in rapporto di valida efficienza eziopatogenetica con l'insorgenza e l'evoluzione degli eventi morbosi".
    Il Servizio Trattamento di Pensione e Previdenza del Ministero dell'interno, a seguito del parere del Comitato di Verifica per le cause di servizio, con decreto n. 808/R del 19 settembre 2006 riconosceva dipendente da causa di servizio le infermità "2) broncopatia cronica in soggetto fumatore", conoscibile al 17 settembre 2000, "3) cardiopatia ischemica cronica post-infartuale in iperteso", conoscibile al 29 settembre 2004, mentre respingeva la richiesta di riconoscimento per "eccesso ponderale".
    Collocato in aspettativa per infermità con provvedimento del Ministero dell'Interno - Dipartimento di Pubblica Sicurezza del 25 settembre 2006 prot. n. 333-D/24745/Parz., con successivo decreto del 17 ottobre 2006 rientrava in servizio per essere adibito a "servizi interni diurni" a decorrere dal 23 ottobre 2006.
    Da esame ecodoppler eseguito il 18 ottobre 2006 presso IRCCS Centro Neurolesi "Bonino Pulejo" di Messina risultava "ventricolo sinistro con discreta funzione contrattile e alterazioni post-IMA della cinesi segmentaria". A seguito di visita medica presso un medico libero professionista, il ricorrente risultava "affetto da stato ansioso depressivo in paziente con brancopatia cronica e cardiopatia ischemica con pregresso infarto".
    Sottoposto, in data 22 gennaio 2007, a visita medico collegiale presso la C.M.O. di Messina, veniva riscontrato nel ricorrente "stato ansioso depressivo in paziente con cardiopatia ischemica (pregresso IMA) RPCO e ipertensione arteriosa", come confermato da certificato prot. n. 36/07 del 26 marzo 2007 dell'A.U.S.L. n. 5 di Messina, Dipartimento salute mentale.
    Sottoposto, in data 28 marzo 2007, a visita medico collegiale presso la C.M.O. di Messina, veniva riscontrato nel ricorrente "1) sindrome ansioso depressiva 2) cardiopatia ischemica cronica post-infartuale in iperteso 3) broncopatia cronica asmatica con segni spirometrici di ostruzione delle vie aeree", confermata dalla successiva visita del 22 giugno 2007, in cui si evidenziava "persistente sindrome ansioso depressiva di grado medio".
    La C.M.O. di Messina, a seguito di visita medica del 29 agosto 2007, esprimeva il seguente giudizio diagnostico: "1) Broncopatia cronica in soggetto fumatore" 2) Cardiopatia ischemica cronica post-infartuale in iperteso 3) Sindrome ansioso depressiva cronica di grado medio". In ordine all'idoneità così si esprimeva: "è permanentemente non idoneo al servizio d'istituto in tutti i ruoli della Polizia di Stato in modo assoluto. E' sì ulteriormente impiegabile solo in altre Amministrazioni dello Stato, in compiti che non lo espongano a stress psicofisici".
    Con decreto del Ministero dell'interno del 13 settembre 2007 prot. n. 333-D/24745/DIS, il ricorrente veniva dispensato dal servizio per fisica inabilità a decorrere dal 2 settembre 2007.
    Con decreto n. 1257 dell'8 ottobre 2008, notificato in data 16 gennaio 2009, il Ministero dell'interno riconosceva al ricorrente la concessione del beneficio dell'indennità speciale "una tantum", di euro 18.313,81 (euro diciottomilatrecentotredici/81), nulla affermando e, quindi, nulla riconoscendo o liquidando, per le ulteriori voci di danno subite dal ricorrente.
    Avverso tale provvedimento, pertanto, il Sovrintendente C. G., propone il ricorso in esame chiedendo al T.A.R. di:
    a) annullare in parte qua il provvedimento impugnato, nella parte in cui non riconosce i giusti indennizzi in conseguenza delle infermità riconosciute come dipendenti da causa di servizio e, per l'effetto, accertare e dichiarare la responsabilità ex art. 2087 c.c. delle Amministrazioni resistenti;
    b) conseguentemente, condannare le Amministrazioni intimate alla corresponsione delle somme che risulteranno dovute da disponenda C.T.U. o che il Tribunale riterrà eque, anche a titolo di risarcimento del danno all'integrità psico-fisica e biologico, nonché di danno esistenziale, morale, alla vita di relazione, alla capacità lavorativa (e di quant'altro dovesse risultare in corso di causa dovuto), con interessi e rivalutazione monetaria come per legge;
    c) condannare le Amministrazioni resistenti alla corresponsione del secondo assegno di funzione ai 29 anni di servizio, che per i suddetti motivi di salute il ricorrente non ha potuto raggiungere, con interessi e rivalutazione, come per legge.
    Il ricorrente afferma che, come proverebbero i registri di servizio allegati agli atti ed i vari verbali delle Commissioni Mediche Ospedaliere, la condotta tenuta dall'Amministrazione intimata costituirebbe inadempimento contrattuale degli obblighi del datore di lavoro, ex art. 2087 del c.c., che avrebbe comportato l'inidoneità permanente di esso ricorrente e quindi la responsabilità della stessa Amministrazione per danno, patrimoniale, biologico, morale, alla professionalità, ed esistenziale patito dal ricorrente.
    L'Avvocatura Distrettuale dello Stato, ha chiesto il rigetto del ricorso controdeduncendo in punto di fatto e di diritto alle doglianze ivi formulate.
    Alla pubblica udienza del 23/2/2011 il ricorso è passato in decisione.
    DIRITTO
    Il ricorrente ha ottenuto (con l'impugnato decreto n. 1257 dell'8 ottobre 2008) l'indennità speciale "una tantum" per un ammontare di Euro 18.313,81(diciottomilatrecentotredici/81) quale indennizzo per patologie sofferte che sono state inquadrate: la prima patologia nella 5^ categoria, e la seconda nella Tab. B di cui al D.P.R. 23 dicembre 1978, n. 915, come sostituita dal D.P.R. 30 dicembre 1981, n. 834. ai sensi dell'art. 7 del D.P.R. 738/1981.
    Detta indennità speciale per legge non è per legge "cumulabile con altre specifiche provvidenze corrisposte o da corrispondersi allo stesso titolo" (cfr. art. 7, cit. ) che spetta al solo personale delle forze di Polizia divenuto invalido, purché effettivamente impiegato, dopo la accertata parziale invalidità, in compiti di istituto.
    Secondo la doglianze formulate con il ricorso in epigrafe, l'indennità liquidata non sarebbe sattisfattiva di tutti i danni subiti atteso che:
    a) le patologie riscontrate avrebbero dovuto essere inquadrate secondo parametri più elevati già in riferimento alle tabelle richiamate. In particolare, la patologia cardiaca avrebbe dovuto essere ricondotta alla prima categoria della Tab. A, n. 20 (cardiopatie organiche in stato di permanente scompenso o con grave e permanente insufficienza coronaria ecg accertata) o, in subordine, alla seconda categoria, della medesima Tab. A, n. 13 (cardiopatie con sintomi di scompenso di entità tali da non essere ascrivibili alla prima categoria), ovvero, a tutto voler concedere, alla quarta categoria, n. 9 (le malattie di cuore senza sintomi di scompenso evidenti, ma con stato di latente insufficienza del miocardio);
    b) in secondo luogo, a norma dell'art. 2087 c.c., nonché delle leggi in materia di sicurezza sul lavoro, grava sul datore di lavoro l'obbligo di garantire un ambiente di lavoro sereno e produttivo, e di prestare una particolare protezione rivolta ad assicurare l'integrità fisica-psichica e la salvaguardia sul luogo di lavoro della dignità e dei diritti fondamentali del lavoratore si chiede l'accertamento della responsabilità dell'Amministrazione per i danni alla salute derivati dallo stress psico-fisico lavorativo sofferto dal ricorrente. In particolare: lo stress, deriverebbe da una situazione di sotto-dimensionamento dell'organico della P.A., che avrebbe comportato un eccessivo carico di lavoro per il ricorrente; pertanto, oltre che al riconoscimento della causa di servizio, al fine della corresponsione dell'equo indennizzo, dovrebbe essere addebitato all'Amministrazione il risarcimento del danno biologico per violazione dell'art. 2087 c.c., avuto riguardo al fatto che lo stress al quale, per negligenza, l'Amministrazione stessa avrebbe sottoposto il ricorrente costituirebbe concause delle patologie da esso sofferte.
    La doglianza di cui al precedente punto a) si appalesa infondata.
    La C.M.O. di Augusta aveva riscontrato nel ricorrente una cardiopatia ischemica cronica post- infartuale in iperteso, non ravvisando, però, né sintomi di scompenso evidenti con grave e permanente insufficienza coronarica, né cardiopatie con sintomi di scompenso di entità tali da essere iscritte alla prima categoria, né evidente stato di latente insufficienza del miocardio.
    Detto giudizio dalla Commissione è stato confermato dalla C.M.O. di Messina e non è stato contestato dal ricorrente, e il connesso inquadramento della patologia si è ormai consolidato.
    Peraltro detto inquadramento - nell'ambito della quarta categoria della Tab. A - si appalesa congruo e non inficiato da vizi di logicità avuto riguardo al fatto che "le malattie di cuore senza sintomi di scompenso evidenti, ma con stato di latente insufficienza del miocardio"(patologia diagnosticata al ricorrente) rientrano nella quarta categoria, punto 13 della Tab A della L. n. 648/1950.
    Neppure la domanda accertamento dell'inadempimento da parte dell'amministrazione intimata degli obblighi scaturente ex art.2087 del c.c., e la conseguente condanna della stessa al risarcimento in favore del sig. G. dei danni patrimoniale, biologico, morale ed esistenziale si appalesa valutabile positivamente.
    Nel rimproverare all'Amministrazione di non avere adottato le adeguate misure, normativamente previste, a tutela della sicurezza del lavoro, causando così l'insorgere di quella situazione di stress che avrebbe portato alle patologie da esso patite, il ricorrente fa valere una responsabilità contrattuale dell'Amministrazione, per violazione dei suoi doveri nascenti dal rapporto di lavoro, riconducibili, in primo luogo, all'art. 2087 c.c., relativo alla "tutela delle condizioni di lavoro", ai sensi del quale "l'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro".
    Però l'art. 2087 non configura un'ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione di specifici obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento. Ne consegue che incombe sul lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell'attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l'onere di provare non solo l'esistenza di tale danno, ma altresì la nocività dell'ambiente di lavoro ed il nesso eziologico tra l'uno e l'altro; sicché solo se il lavoratore abbia fornito la prova di tali circostanze sussiste per il datore di lavoro l'onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi.
    Sta di fatto che l'assunto di parte ricorrente, laddove si denuncia che il l'infarto cardiaco sarebbe derivante dall'eccessivo impegno lavorativo, appare del tutto generico perché si adducono a sostengo:
    - dei conteggi relativi ad ore di lavoro prestato dal ricorrente nel periodo intercorrete tra i gennaio del 2005 ed il 13/9/2007, tendenti a dimostrare che l'Amministrazione avrebbe illegittimamente imposto al sig. G. turni di lavoro di 10/11 ore giornaliere;
    - il diniego del trasferimento a Messina (che avrebbe gravato il ricorrente di un ulteriore fatica costituita dal viaggio casa-ufficio con percorrenza di 200 km);
    senza tuttavia dimostrare, da un lato, la presupposta "illegittimità" dei detti turni di lavoro e, dall'altro, la responsabilità della PA circa la residenza del ricorrente non coincidente con la sede di lavoro.
    Né la riconosciuta dipendenza delle malattie da una "causa di servizio" implica necessariamente che gli eventi dannosi siano derivati dalle condizioni di insicurezza dell'ambiente di lavoro, potendo essi dipendere piuttosto - come il Collegio ritiene di poter rilevare nel caso in esame - dalla qualità intrinsecamente usurante della ordinaria prestazione lavorativa e dal logoramento dell'organismo del dipendente esposto (nella fattispecie il ricorrente sostiene che l'Amministrazione, pur consapevole dello stato di malattia di esso ricorrente lo avrebbe adibito a mansioni superiori alla sua qualifica, senza adeguato supporto di collaboratori, suscettibili per la loro natura e per lo specifico impegno fisico e mentale - di metterne in pericolo la salute e in un ambiente di lavoro disagiato e distante dal Comune di residenza).
    L'Amministrazione, però, ha validamente contestato quanto dedotto con i motivi di ricorso allegando un quadro preciso delle ore di servizio mensilmente prestate dal ricorrente.
    Da detta documentazione emerge che il ricorrente è stato impegnato in servizi interni agli uffici dell'Amministrazione, presso la sala operativa con funzione di coordinatore del servizio, svolgendo le mansioni corrispondenti alla qualifica acquisita a seguito di due corsi svolti a cura dell'Amministrazione dall'Amministrazione nel maggio del 2002 e nel luglio del 2004.
    L'Amministrazione, alla data del 5/10/2004, non era a conoscenza della patologia cardiaca del ricorrente atteso che questi, al rientro di un periodo di assenza per malattia, aveva presentato un certificato medico che però non faceva alcun riferimento a vasculopatie o patologie cardiache.
    Rientrato i servizio dopo un altro periodo di congedo per malattia, in data 18/10/2004 il sig. G. svolgeva complessivamente 21 ore di lavoro straordinario con un media giornaliere ore 7 e venti minuti di lavoro e con tre punte di 11 ore di lavoro.
    Nel mese di novembre la media giornaliera di ore lavorate è stata di otto ore e 53 minuti, con un punta massima di ore 11 in sette giorni, per complessive 47 ore di lavoro straordinario.
    In data 8/11/2004, il medico di famiglia certificava la diagnosi di lombosciatalgia, ma non ancora alcun riferimento a problemi cardiologici, né di vasculopatie.
    Nel mese di dicembre le ore di straorinario lavorate sono state 62, con un picco massimo di ore complessive di lavoro in 10 giorni.
    Nel mese di gennaio 2005 il ricorrente ha prestato una sola ora di straordinario.
    Quindi nel periodo 18/10/2004 20/1/2005 le ore di lavoro straordinario sono state complessivamente 131.
    Tali dati coincidono con quelle di altri dipendenti.
    Soltanto in data 11/3/2005 la Questura di Siracusa veniva, per la prima volta, a conoscenza della patologia cardiologica del sig. G..Quindi solo da detta data l'Amministrazione ha avuto conoscenza del fatto che il sig. G. fosse cardiopatico.
    Peraltro, nel periodo successivo a detta data il ricorrente ha prestato, nei giorni in cui è stato presente al lavoro una media di ore lavorative tra le otto e le nove ore giornaliere, mentre, a causa delle patologie sofferte e rimasto assente dal servizio per un periodo complessivo di ben otto mesi.
    Alla luce dei dati forniti dall'Amministrazione, se può ritenersi che il lavoro svolto abbia contribuito, quale concausa, all'insorgenza delle patologie, non può ritenersi sufficientemente provato che l'Amministrazione abbia violato obblighi generici o specifici di diligenza previsti dall'art. 2087 c.c.. Infatti:
    - le ore lavorative prestate dal ricorrente rientrano nella media delle ore di servizio prestate dai colleghi del ricorrente;
    - il sig. G. non è stato utilizzato per servizi esterni con profili di rischio o di stress fisico;
    - lo stesso ricorrente non indica quale servizio alternativo, in base alla qualifica rivestita, l'Amministrazione avrebbe dovuto affidargli.
    Per quanto attiene alla doglianze afferenti al diniego opposto dall'Amministrazione alla domanda di essere trasferito a Messina, al fine di evitare lo stress scaturente da un pendolarismo di oltre 200 chilometri al giorno, l'Amministrazione ha fornito valide ragioni poste a supporto di detto diniego (che il ricorrente, peraltro, non ha ritenuto di impugnare così incorrendo in obiettiva corresponsabilità, rilevante in termini risarcitori ex artt. 1227 e 2056 cod. civ.).
    Per non dire che, dagli atti di causa, emerge che l'odierno ricorrente era stato trasferito dalla Questura di Messina in quanto esso era stato oggetto di cinque procedimenti disciplinari promossi dal Questure di quella città ed inoltre, in ragione di due procedimenti penali in cui aveva riportato condanne passate in giudicato.
    Dette circostanze avevano determinato, per il sig. G., una assoluta incompatibilità ambientale con la sede di Messina. D'altro canto, l'Amministrazione fa presente che il ricorrente poteva alloggiare, per sua comodità, in una caserma della Polizia sita in Siracusa.
    Quindi, dal quadro fattuale emergente dagli atti processuali non è dato rilevare una specifica violazione, da parte dell'Amministrazione, del comportamento che il datore di lavoro è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa, assumendo "le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro".
    Nella fattispecie, sebbene, indubbiamente il sig. G. sia stato sottoposto ad orari di lavoro stressanti ciò è dipeso non dalla negligenza dell'Amministrazione, ma dalla peculiarità delle funzioni esercitate dal ricorrente e detti orari hanno interessato il restante personale della Questura. Nella consapevolezza del particolare stress derivato dai turni di lavoro, l'Amministrazione ha liquidato l'indennità indicata in epigrafe che, per legge, va ritenuta assorbente di tutti i danni alla salute, sotto vari profili, sopportati dal sig. G..
    Alla luce delle considerazioni che precedono anche la domanda di corresponsione del secondo assegno di funzione ai 29 anni di servizio (che per i motivi di salute il ricorrente non ha potuto raggiungere) si appalesa infondata, avuto riguardo anche al fatto che esso ha ottenuto (col decreto impugnato), l'indennità speciale "una tantum" per un ammontare di euro 18.313,81; indennità speciale che per legge non è "cumulabile con altre specifiche provvidenze corrisposte o da corrispondersi allo stesso titolo" (cfr. art. 7 D.P.R. 738/1981 ) e che spetta al solo personale delle forze di Polizia divenuto invalido, purché effettivamente impiegato, dopo la accertata parziale invalidità, in compiti di istituto.
    In materia la giurisprudenza non è univocamente orientata. Secondo un primo e restrittivo indirizzo il pubblico dipendente non ha diritto al risarcimento per il danno biologico sofferto nel corso dell'attività lavorativa atteso che le menomazioni provocate da infermità derivanti da causa di servizio trovano il loro compenso nella liquidazione dell' equo indennizzo (cfr. T.A.R. Umbria Perugia, 1 settembre 2003, n. 710). Secondo altro indirizzo, la possibilità per il dipendente pubblico di cumulare, per lo stesso evento dannoso, l'equo indennizzo ed il risarcimento dei danni sussiste nell'ipotesi di danno psicofisico sofferto dal dipendente stesso in conseguenza del fatto di terzo (cfr. T.A.R. Lazio Roma, sez. III, 20 gennaio 2006, n. 438).
    Il Consiglio di Stato Sez. IV. con decisione 31 marzo 2009, n. 2009 ha ritenuto ammissibile il cumulo tra equo indennizzo e risarcimento per danno biologico per infermità contratta dal pubblico dipendente per causa di servizio, ma ha anche ritenuto di sottolineare che la prova certa di un danno biologico risarcibile, non può essere automaticamente desunta dalla circostanza che al dipendente sia stata riconosciuta la dipendenza da causa di servizio ai fini dell'equo indennizzo; ciò in quanto occorre in questi casi la ulteriore e specifica prova, il cui onere è a carico del ricorrente, che la P.A. abbia violato specifiche regole di legge o contrattuali, ovvero i principi di cui all'art. 2087 cod. civ..
    Da qui la conseguenza che, contrariamente a quanto sembra assumere parte ricorrente, l'insorgere di una patologia connessa all'attività lavorativa non significa necessariamente che il datore di lavoro ne debba responsabile per inadempimento o per fatto illecito.
    Per le considerazioni che precedono il ricorso va rigettato.
    Attesa la natura della controversia e la peculiarità della fattispecie appare giusto compensare integralmente le spese di giudizio tra le parti.
    P. Q. M.
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto,lo rigetta.
    Spese compensate.
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso in Catania nella camera di consiglio del giorno 23 febbraio 2011 con l'intervento dei magistrati:
     
    IL PRESIDENTE
    Calogero Ferlisi
    L'ESTENSORE
    Giovanni Milana
    IL CONSIGLIERE
    Gabriella Guzzardi
     
    Depositata in Segreteria il 23 marzo 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
     

    Rapporti "giuridicamente non esauriti"

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    N. 749/2011 Reg. Prov. Coll.
    N. 1351 Reg. Ric.
    ANNO 1999
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Seconda) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 1351 del 1999, proposto da:
    G. E., rappresentata e difesa dall'avv. Antonino Arizia, con domicilio per legge presso la Segreteria del TAR;
    contro
    I.N.P.D.A.P. - Direzione Provinciale - Messina, rappresentato e difeso dall'avv. Luigi Trapani, con domicilio per legge presso la Segreteria del TAR;
    per l'annullamento
    dell'errato calcolo e conseguente errata liquidazione i.i.s. - e la richiesta corresponsione differenze con interessi e rivalutazione monetaria.
    Visti il ricorso e i relativi allegati;
    Visto l'atto di costituzione in giudizio di I.N.P.D.A.P. - Direzione Provinciale - Messina;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nell'udienza pubblica del giorno 9 marzo 2011 il dott. Francesco Brugaletta e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
    FATTO
    Con il ricorso in epigrafe parte ricorrente, premettendo di essere stata dipendente dello Stato e collocata a riposo prima del 30.11.1984, ha chiesto il riconoscimento del diritto alla riliquidazione dell'indennità di buonuscita con l'inclusione, nella relativa base di calcolo, dell'indennità integrativa speciale e la condanna dell'Amministrazione intimata al pagamento, su quanto ancora dovuto, degli interessi legali e della rivalutazione monetaria, nonché alle spese di lite.
    Parte ricorrente, a sostegno della pretesa azionata ha invocato l'art. 3, comma 1, della legge n. 87/1994, alla stregua della quale precedentemente aveva presentato apposita domanda all'Ente erogatore entro il termine perentorio del 30.9.1994, domanda respinta in considerazione della mancanza di un giudizio in corso e del decorso dei termini di prescrizione quinquennale.
    Per resistere al ricorso si è costituito in giudizio, con memoria, l'Istituto intimato, chiedendone il rigetto, con vittoria delle spese.
    Con successive memorie le parti hanno insistito nelle proprie difese e conclusioni.
    Alla udienza pubblica del 9 marzo 2011 il ricorso, discusso brevemente dalle parti, è stato posto in decisione.
    DIRITTO
    Il ricorso è infondato.
    Ed invero, l'art. 1 della legge n. 87/1994 ha disposto che "in attesa della omogeneizzazione dei trattamenti retributivi e pensionistici per i lavoratori dei vari comparti della pubblica Amministrazione e per i lavoratori privati, conseguente all'applicazione del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29,...l'indennità integrativa speciale...viene computata, a decorrere dal 1^ dicembre 1994, nella base di calcolo della indennità di buonuscita e di analoghi trattamenti di fine servizio determinati in applicazione delle norme già vigenti con riferimento allo stipendio ed agli altri elementi contributivi considerati utili: a) per i dipendenti degli Enti di cui alla legge 20 marzo 1975, n. 70, e successive modificazioni, nella misura di una quota pari al 30 per cento dell'indennità integrativa annua in godimento alla data della cessazione del servizio con riferimento agli anni utili ai fini del calcolo dell'indennità di anzianità; b) per i dipendenti delle altre pubbliche Amministrazioni,...nella misura di una quota pari al 60 per cento dell'indennità integrativa speciale annua in godimento alla data della cessazione dal servizio con riferimento agli anni utili ai fini del calcolo dell'indennità di buonuscita o analogo trattamento".
    A sua volta, l'art. 3, ha previsto che "il trattamento di cui alla presente legge viene applicato anche ai dipendenti che siano cessati dal servizio dopo il 30 novembre 1984 ed ai loro superstiti, nonché a quelli per i quali non siano ancora giuridicamente esauriti i rapporti attinenti alla liquidazione dell'indennità di buonuscita o analogo trattamento. L'applicazione della presente legge ai dipendenti già cessati dal servizio avviene a domanda, che deve essere presentata all'Ente erogatore su apposito modello nel termine perentorio del 30 settembre 1994".
    Ora, sul punto, secondo la giurisprudenza costante -anche di questo Tribunale-, dalla quale il Collegio non ha motivo di discostarsi la nozione di rapporti "giuridicamente non esauriti" deve intendersi riferita a tutte le situazioni in cui il diritto alla liquidazione dell'indennità di buonuscita su base di calcolo comprensiva dell'i.i.s. sia ancora vitale e, quindi, azionabile in giudizio, perché non colpito da prescrizione o condizionato da altre situazioni che ne possano paralizzare la concreta tutela (tra le tante, C.S., Sez. VI, 22 aprile 2008 n. 1829, 27 maggio 2005 n. 2744, 31 gennaio 2003 n. 487; T.A.R. Sicilia-Catania, Sez. IV, n. 257/08 e n. 340/09).
    Specificamente, la nozione di rapporto non esaurito non va, tuttavia, limitato ai soli casi in cui l'impiegato cessato dal servizio abbia proposto tutela in sede giurisdizionale per il riconoscimento di detto diritto con ricorso pendente alla data di entrata in vigore della legge 29 gennaio 1994, n. 87, ma comprende anche le ipotesi in cui non sia stata prestata acquiescenza all'atto di liquidazione dell'indennità di buonuscita e l'interessato, con apposite istanze, abbia invocato l'applicazione della più estesa base di calcolo, interrompendo il corso della prescrizione (C.S., Sez. VI, n. 3129 del 25 maggio 2006, 13 febbraio 2003 n. 789 e 27 settembre 2009 n. 4976; T.A.R. Lazio, Sez. II, 1^ aprile 2008 n. 2771 e 11 luglio 2003 n. 6208).
    E, a quest'ultimo proposito, va precisato che i crediti di lavoro dei pubblici dipendenti soggiacciono sempre alla prescrizione quinquennale, ai sensi dell'art. 2 della legge 7 agosto 1985, n. 428, che, a seguito della dichiarazione d'incostituzionalità dell'art. 2 del R.D.L. 19 gennaio 1939, n. 295, ha elevato da due a cinque il termine prescrizionale delle rate di stipendio e degli assegni equivalenti, senza alcuna distinzione per l'ipotesi che il credito retributivo sia contestato o comunque richieda un formale atto di accertamento da parte dell'Amministrazione (C. S., Sezione IV, n. 6794 del 20 ottobre 2004).
    Ed ancora, proprio in relazione all'oggetto del presente giudizio, è stato di recente affermato che " ai fini della legge n. 87 del 1994,...nei riguardi del personale già cessato dal servizio, la nozione esaurito non va limitata ai soli casi in cui l'impiegato cessato dal servizio abbia proposto tutela in sede giurisdizionale per il riconoscimento di tale diritto con ricorso pendente alla data di entrata in vigore di detta legge, ma comprende le ipotesi in cui non sia stata prestata acquiescenza all'atto di liquidazione dell'indennità di buonuscita e l'interessato, con apposite istanze, abbia invocato l'applicazione della più estesa base di calcolo, interrompendo il corso della prescrizione che ha durata quinquennale, ai sensi degli artt. 1 e 20 del T.U. 29 dicembre 1973, e decorrente dalla data del collocamento a riposo (C.S., VI, n. 2605 del 30 maggio 2008).
    Ebbene, nel caso di specie, non soltanto parte ricorrente non aveva uno specifico giudizio pendente, ma non aveva neppure presentato, nei termini, alcuna apposita istanza, idonea ad interrompere il corso di tale prescrizione quinquennale, non rilevando ai fini che qui interessano e per quanto avanti rilevato, l'intervento nel tempo di provvedimenti vari, anche su richiesta di parte, come la riliquidazione della stessa indennità di buonuscita per altri titoli, la riliquidazione o la liquidazione definitiva della pensione, ecc.
    Per quanto suesposto il ricorso, quindi, va respinto,
    Le spese seguono la soccombenza secondo la liquidazione operata in dispositivo.
    P. Q. M.
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Seconda) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.
    Condanna parte ricorrente al pagamento, in favore dell'Istituto resistente, alle spese di giudizio che liquida nella complessiva somma di euro 2.000,00, oltre IVA e CPA.
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso in Catania nella camera di consiglio del giorno 9 marzo 2011 con l'intervento dei magistrati:
     
    IL PRESIDENTE
    Filippo Giamportone
    L'ESTENSORE
    Francesco Brugaletta
    IL PRIMO REFERENDARIO
    Vincenzo Neri
     
    Depositata in Segreteria il 29 marzo 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
     

    Indennità di servizio esterno: criteri di attribuzione

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    N. 823/2011 Reg. Prov. Coll.
    N. 4802 Reg. Ric.
    ANNO 1997
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Terza) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 4802 del 1997, proposto da:
    L. A. + 3, eredi questi ultimi tre di A. N. + 29 rappresentati e difesi dagli avvocati Teresa Notaro e Valentina Prudente, con le quali sono domiciliati in Catania, presso la Segreteria del Tribunale;
    contro
    12^ Legione Guardia di Finanza, Comando Generale Guardia di Finanza, Ministero delle Finanze, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, rappresentati e difesi dall'Avvocatura distrettuale dello Stato, domiciliataria per legge in Catania, via Vecchia Ognina, 149;
    per l'annullamento
    del silenzio rifiuto opposto a seguito di atto di diffida e di costituzione in mora notificato in data 15/19 maggio 1997 con cui i ricorrenti chiedevano la liquidazione in loro favore dell'indennità per servizi esterni nella misura prevista dall'art. 12 del D.P.R. 5/06/1990 n. 147 a partire dal mese di luglio 1990, con interessi e rivalutazione monetaria dal dì del dovuto fino al soddisfo;
    e per la declaratoria del diritto dei ricorrenti a percepire l'indennità per servizi esterni di cui trattasi.
    Visti il ricorso e i relativi allegati;
    Visti gli atti di costituzione in giudizio di 12^ Legione Guardia di Finanza e di Comando Generale Guardia di Finanza e di Ministero delle Finanze;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nell'udienza pubblica del giorno 23 marzo 2011 il dott. Gabriella Guzzardi e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
    FATTO E DIRITTO
    Ritenuto che gli odierni ricorrenti, tutti appartenenti al Corpo della Guardia di Finanze con sede di servizio in Siracusa presso la squadriglia navale, con il ricorso introduttivo lamentano la mancata corresponsione dell'indennità prevista dall'art. 12 comma 1 del DPR 147/90 per i servizi esterni che hanno svolto dal mese di luglio1990 fino al novembre 1995, data a partire dalla quale tale indennità è stata loro corrisposta;
    Rilevato che il ricorso può essere deciso con sentenza in forma semplificata ai sensi dell'art. 74 c.p.a., poiché su analoga questione si è espresso questo Tribunale con sent. n. 520/2011, alla parte motiva della quale espressamente si rinvia;
    Richiamato il quadro normativo che regola la vicenda all'esame tratteggiato nella richiamata sentenza, dall'esame del quale si desume che esula dall'ambito di attribuzione del beneficio economico in questione il servizio esterno avene natura occasionale e sporadica poiché in quest'ultimo caso fa difetto l'elemento della preventiva e ricorrente disponibilità allo svolgimento di servizi disagiati, espressamente richiesto dall'art. 12 del D.P.R. n. 147/90 (C. Stato, IV sent. n. 600 del 12/02/2007);
    Riscontrato che nel caso di specie i ricorrenti si limitano a dedurre di avere svolto servizi esterni nel periodo in considerazione, senza specificare in modo dettagliato la tipologia di tali servizi e gli specifici periodi di espletamento, l'esposizione a fattori di rischio ambientale, in rapporto all'invocata disciplina di cui all'art. 12, comma 1 del DPR n. 147/90, come interpretata dall'Amministrazione e della consolidata giurisprudenza del Consiglio di Stato richiamata nella sent. di questo TAR n. 520/2011;
    Ritenuto pertanto che i ricorrenti non forniscono neppure un principio di prova in ordine al possesso dei requisiti di legge per il conseguimento del trattamento economico de quo nel periodo precedente al novembre 1995, a nulla rilevando che successivamente a tale ultima data l'indennità sia stata loro corrisposta sulla scorta dell'evoluzione delle norme interne e degli orientamenti giurisprudenziali sopravvenuti in materia. La mancanza dei tale necessaria specificazione si riscontra anche nella diffida dagli stessi inoltrata alle Amministrazioni resistenti sulla quale, data la genericità della formulazione, nessun obbligo di provvedere sussisteva in capo ai destinatari della stessa;
    Riscontrata, conclusivamente la infondatezza di tutte le censure addotte, il ricorso introduttivo va rigettato, con compensazione tra le parti delle spese di giudizio, attesa la natura della controversia e l'evoluzione normativa e giurisprudenziale in materia.
    P. Q. M.
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Terza) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta.
    Compensa spese.
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso in Catania nella camera di consiglio del giorno 23 marzo 2011 con l'intervento dei magistrati:
     
    IL PRESIDENTE
    Calogero Ferlisi
    L'ESTENSORE
    Gabriella Guzzardi
    IL CONSIGLIERE
    Alba Paola Puliatti
     
    Depositata in Segreteria il 7 aprile 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
     

    Indennità di servizio esterno: criteri di attribuzione

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    N. 823/2011 Reg. Prov. Coll.
    N. 4802 Reg. Ric.
    ANNO 1997
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Terza) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 4802 del 1997, proposto da:
    L. A. + 3, eredi questi ultimi tre di A. N. + 29 rappresentati e difesi dagli avvocati Teresa Notaro e Valentina Prudente, con le quali sono domiciliati in Catania, presso la Segreteria del Tribunale;
    contro
    12^ Legione Guardia di Finanza, Comando Generale Guardia di Finanza, Ministero delle Finanze, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, rappresentati e difesi dall'Avvocatura distrettuale dello Stato, domiciliataria per legge in Catania, via Vecchia Ognina, 149;
    per l'annullamento
    del silenzio rifiuto opposto a seguito di atto di diffida e di costituzione in mora notificato in data 15/19 maggio 1997 con cui i ricorrenti chiedevano la liquidazione in loro favore dell'indennità per servizi esterni nella misura prevista dall'art. 12 del D.P.R. 5/06/1990 n. 147 a partire dal mese di luglio 1990, con interessi e rivalutazione monetaria dal dì del dovuto fino al soddisfo;
    e per la declaratoria del diritto dei ricorrenti a percepire l'indennità per servizi esterni di cui trattasi.
    Visti il ricorso e i relativi allegati;
    Visti gli atti di costituzione in giudizio di 12^ Legione Guardia di Finanza e di Comando Generale Guardia di Finanza e di Ministero delle Finanze;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nell'udienza pubblica del giorno 23 marzo 2011 il dott. Gabriella Guzzardi e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
    FATTO E DIRITTO
    Ritenuto che gli odierni ricorrenti, tutti appartenenti al Corpo della Guardia di Finanze con sede di servizio in Siracusa presso la squadriglia navale, con il ricorso introduttivo lamentano la mancata corresponsione dell'indennità prevista dall'art. 12 comma 1 del DPR 147/90 per i servizi esterni che hanno svolto dal mese di luglio1990 fino al novembre 1995, data a partire dalla quale tale indennità è stata loro corrisposta;
    Rilevato che il ricorso può essere deciso con sentenza in forma semplificata ai sensi dell'art. 74 c.p.a., poiché su analoga questione si è espresso questo Tribunale con sent. n. 520/2011, alla parte motiva della quale espressamente si rinvia;
    Richiamato il quadro normativo che regola la vicenda all'esame tratteggiato nella richiamata sentenza, dall'esame del quale si desume che esula dall'ambito di attribuzione del beneficio economico in questione il servizio esterno avene natura occasionale e sporadica poiché in quest'ultimo caso fa difetto l'elemento della preventiva e ricorrente disponibilità allo svolgimento di servizi disagiati, espressamente richiesto dall'art. 12 del D.P.R. n. 147/90 (C. Stato, IV sent. n. 600 del 12/02/2007);
    Riscontrato che nel caso di specie i ricorrenti si limitano a dedurre di avere svolto servizi esterni nel periodo in considerazione, senza specificare in modo dettagliato la tipologia di tali servizi e gli specifici periodi di espletamento, l'esposizione a fattori di rischio ambientale, in rapporto all'invocata disciplina di cui all'art. 12, comma 1 del DPR n. 147/90, come interpretata dall'Amministrazione e della consolidata giurisprudenza del Consiglio di Stato richiamata nella sent. di questo TAR n. 520/2011;
    Ritenuto pertanto che i ricorrenti non forniscono neppure un principio di prova in ordine al possesso dei requisiti di legge per il conseguimento del trattamento economico de quo nel periodo precedente al novembre 1995, a nulla rilevando che successivamente a tale ultima data l'indennità sia stata loro corrisposta sulla scorta dell'evoluzione delle norme interne e degli orientamenti giurisprudenziali sopravvenuti in materia. La mancanza dei tale necessaria specificazione si riscontra anche nella diffida dagli stessi inoltrata alle Amministrazioni resistenti sulla quale, data la genericità della formulazione, nessun obbligo di provvedere sussisteva in capo ai destinatari della stessa;
    Riscontrata, conclusivamente la infondatezza di tutte le censure addotte, il ricorso introduttivo va rigettato, con compensazione tra le parti delle spese di giudizio, attesa la natura della controversia e l'evoluzione normativa e giurisprudenziale in materia.
    P. Q. M.
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Terza) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta.
    Compensa spese.
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso in Catania nella camera di consiglio del giorno 23 marzo 2011 con l'intervento dei magistrati:
     
    IL PRESIDENTE
    Calogero Ferlisi
    L'ESTENSORE
    Gabriella Guzzardi
    IL CONSIGLIERE
    Alba Paola Puliatti
     
    Depositata in Segreteria il 7 aprile 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
     

    Monetizzazione delle ferie non godute

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    N. 2620/2011 Reg. Prov. Coll.
    N. 5898 Reg. Ric.
    ANNO 2009
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Sesta) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 5898 del 2009, proposto da:
    A. C., rappresentato e difeso dagli avv.ti Giancarlo Fargnoni ed Agostino Maiello, presso il cui studio è eletto domicilio in Napoli, corso Umberto 1^, n. 154
    contro
    Ministero dell'Interno, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura distrettuale dello Stato di Napoli, domiciliataria ex lege in Napoli, via Diaz, n. 11
    per l'annullamento,
    previa sospensione
    del provvedimento n. 6561 del 16 settembre 2009, cui tramite viene negato al ricorrente la "monetizzazione" delle ferie non godute negli anni 2007, 2008 e 2009
    e per l'accertamento del relativo diritto
    Visti il ricorso e i relativi allegati;
    Visto l'atto di costituzione in giudizio dell'Avvocatura dello Stato per l'amministrazione intimata;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nell'udienza pubblica del giorno 4 maggio 2011 il dott. Arcangelo Monaciliuni e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:
    FATTO E DIRITTO
    1- A mezzo del ricorso in esame, notificato il 12 ottobre 2009 e depositato il 10 novembre successivo il sig. A. C., ispettore capo di polizia in quiescenza dal 15 maggio 2009, si duole del provvedimento n. 6561 del 16 settembre 2009 cui tramite il dirigente dell'ufficio amministrativo contabile della Questura di Napoli gli ha negato la "monetizzazione" delle ferie non godute negli anni 2007, 2008 e 2009.
    In punto di fatto, il C. espone:
    - di essere stato costretto a assentarsi dal servizio per malattia a far data 15 ottobre 2007 e di non esservi più rientrato "a causa delle diverse patologie dipendenti da causa di servizio e regolarmente accertate dalla locale commissione medica ospedaliera" fino alla data del 15 maggio 2009 di collocamento in quiescenza;
    - di aver quindi avanzato istanza per vedersi retribuiti i giorni di ferie non goduti in detto periodo: pari rispettivamente a giorni 15 nell'anno 2007, a giorni 45 nell'anno 2008 ed a giorni 20 nell'anno 2009;
    - di essersi visto respingere l'istanza a mezzo dell'impugnato provvedimento cui tramite l'Amministrazione ha negato l'indennizzabilità delle predette ferie non godute "in applicazione della circolare ministeriale prot. n. 333/G.Z.4 Comp. Sost. del 18 novembre 1999", secondo la quale possono essere retribuiti solo i giorni di congedo maturati, anche in assenza delle prescritte esigenze di servizio, prima degli eventi previsti dal coacervo normativo recato dagli artt. 18 del d.P.R. 254/1999 e 14, co. 14, del d.P.R. 395/1995 (decesso, cessazione dal servizio per infermità o collocamento in aspettativa per infermità cui consegue la dispensa dal servizio).
    1a- Ciò premesso, insiste per l'accertamento del diritto indicato in epigrafe, previo annullamento del diniego opposto dall'amministrazione al suo riconoscimento, con vittoria di spese processuali, all'uopo deducendo che i contenuti, peraltro equivoci, della circolare ministeriale non potevano frapporsi all'invocata "monetarizzazione" delle ferie non godute, quale dovuta in corretta applicazione degli artt. 18 del d.P.R. 254/1999 e 14, co. 14, del d.P.R. 395/1995, nella interpretazione offertane dalla giurisprudenza, con particolare riferimento alla "esaustiva e recentissima sentenza della sesta sezione del Consiglio di Stato 24 febbraio 2009, n. 1084".
    2- L'Avvocatura dello Stato si è costituita in giudizio per l'intimata amministrazione per resistere alla pretesa, richiamando a sua volta giurisprudenza che aveva concluso per l'insussistenza del diritto in presenza delle condizioni anche qui date.
    3- Con ordinanza collegiale n. 2747 del 2 dicembre 2009 questa sezione ha negato ingresso all'invocata tutela cautelare.
    4- Alla odierna pubblica udienza del 4 maggio 2011 il ricorso è stato assunto e trattenuto in decisione.
    5- Venendo alla fase valutativo-decisionale, va premesso che i fatti esposti dal ricorrente non sono contestati; più precisamente, oltre a non esser contestata l'assenza continuata dal servizio e, quindi, il mancato godimento delle ferie in relazione allo stesso periodo, non è contestato l'avvenuto accertamento "da parte della locale commissione medico-ospedaliera della dipendenza da causa di servizio delle varie patologie" che hanno causato la ripetuta continuativa assenza dal servizio per infermità del ricorrente nel periodo considerato.
    6- Ciò chiarito, il Collegio osserva come l'orientamento del giudice di appello invocato dal ricorrente abbia ricevuto ulteriore conferma da successive pronunce dello stesso giudice (Cons. Stato, n. 8372 del 1 dicembre 2010; n. 8100 del 18 novembre 2010; n. 2663 del 7 maggio 2010), cui ha prestato adesione il giudice di primo grado (cfr. Tar Molise Campobasso, sez. I, 24 febbraio 2011, n. 42; Tar Campania, Napoli, sez. VII, 14 gennaio 2011, n. 156).
    Peraltro, questa stessa Sezione (Tar Campania Napoli, sez. VI, 18 ottobre 2010, n. 19818) ha avuto modo di prestare anch'essa adesione a detto orientamento, nel momento in cui, nel caso ivi all'esame, ha escluso la sussistenza del diritto sol perché il ricorrente era stato collocato in quiescenza per limiti di età e non per una delle cause tassative indicate dalla legge, in una situazione, cioè, come chiarito in sentenza, in cui -a differenza di quanto accade nella odierna fattispecie- "il dipendente, essendo a conoscenza del momento interruttivo, ben poteva programmare la fruizione delle ferie".
    7- Non essendo stati offerti al Collegio elementi utili per discostarsi da detto indirizzo (limitatasi la difesa dell'amministrazione a riportarsi a risalenti precedenti giurisprudenziali, a ritenersi ormai superati) nell'odierna sede di definizione del merito deve privilegiarsi la prospettazione attorea secondo cui nelle condizioni di diritto qui date -identiche a quelle vagliate nei casi esaminati dalle pronunce sopra indicate, fatta eccezione, si intende, per quello deciso da questa stessa Sezione- sussistono tutti i presupposti per accedere al beneficio, come da inequivoco dettato dell'art. 18, comma 1, del d.P.R. 254/1999 ai cui sensi "al pagamento sostitutivo del congedo ordinario si procede, oltre che nei casi previsti dall'art. 14, comma 14, del decreto del Presidente della Repubblica n. 395 del 1995, anche quando lo stesso non sia stato fruito per decesso, per cessazione dal servizio per infermità o per dispensa dal servizio del dipendente disposta dopo il collocamento in aspettativa per infermità".
    8- In senso contrario non può farsi utile leva, come invece ritenuto dall'amministrazione procedente, sui contenuti della circolare ministeriale del 1999, ovvero di quella diramata negli stessi sensi nel 2000, recante la anzidetta limitazione del diritto, non prevista dalla legge e quindi da disapplicarsi.
    D'altronde, come già affermato al riguardo dalla sopra riportata giurisprudenza, "il mancato godimento delle ferie non imputabile all'interessato non preclude l'insorgenza del diritto alla percezione dell'emolumento sostitutivo, in quanto il diritto al congedo ordinario (indisponibile, irrinunciabile ed indegradabile da parte del datore di lavoro, anche se pubblico), maturabile pure nel periodo di aspettativa per infermità (nella specie, incontestatamente contratta per causa di servizio), include automaticamente il diritto al compenso sostitutivo, ove tali ferie non vengano fruite. Tale principio non si fonda sull'art. 18, d.P.R. n. 254 del 1999, ma su prevalenti valori anche di rango costituzionale e ciò comporta che il suddetto art. 18 non ha carattere costitutivo del diritto qui invocato, ma è meramente ricognitivo di un principio già esistente, rispetto al quale l'art. 14 d.P.R. n. 395 del 1995 costituisce applicazione rispetto al caso della mancata fruizione delle ferie per esigenze di servizio, senza però escludere la monetizzazione in ipotesi quale quella in esame".
    9- E' peraltro il caso di aggiungere che a siffatta conclusione deve pervenirsi anche sulla scorta della giurisprudenza comunitaria.
    La Corte giustizia CE, grande sezione, 20 gennaio 2009, dopo aver fra l'altro ricordato che "il diritto di ogni lavoratore alle ferie annuali retribuite deve essere considerato come un principio particolarmente importante del diritto sociale comunitario, al quale non si può derogare ...." ha infatti così concluso:
    " omissis .... 2) L'art. 7, n. 1, della direttiva 2003/88 deve essere interpretato nel senso che osta a disposizioni o a prassi nazionali le quali prevedano che il diritto alle ferie annuali retribuite si estingua allo scadere del periodo di riferimento e/o di un periodo di riporto fissato dal diritto nazionale anche quando il lavoratore è stato in congedo per malattia per l'intera durata o per una parte del periodo di riferimento e la sua inabilità al lavoro è perdurata fino al termine del rapporto di lavoro, ragione per la quale egli non ha potuto esercitare il suo diritto alle ferie annuali retribuite.
    3) L'art. 7, n. 2, della direttiva 2003/88 deve essere interpretato nel senso che osta a disposizioni o a prassi nazionali le quali prevedano che, al momento della cessazione del rapporto di lavoro, non sia dovuta alcuna indennità finanziaria sostitutiva delle ferie annuali retribuite non godute al lavoratore che sia stato in congedo per malattia per l'intera durata o per una parte del periodo di riferimento e/o di un periodo di riporto, ragione per la quale egli non ha potuto esercitare il suo diritto alle ferie annuali retribuite. Ai fini del calcolo della suddetta indennità finanziaria è determinante la retribuzione ordinaria del lavoratore, la stessa che deve essere mantenuta durante il periodo di riposo corrispondente alle ferie annuali retribuite".
    10- In definitiva, traendo le fila, previo annullamento della determinazione dell'amministrazione impugnata, va dichiarato, con quanto ne consegue, che al ricorrente spettano le indennità per ferie non godute durante il periodo di aspettativa per motivi di salute culminato nella cessazione dal servizio per infermità, posto che il diritto alle ferie si considera, in questo periodo, ugualmente maturato.
    10a- Le spese processuali vanno, tuttavia, compensate nella considerazione che l'indirizzo cui il Collegio ha ritenuto di aderire ha ricevuti i suoi più significativi apporti solo di recente e, nel contempo, (nella considerazione) che la posizione dell'amministrazione trovava dichiarato supporto in decisioni giurisprudenziali di segno diverso.
    P. Q. M.
    Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Sesta) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l'effetto:
    1) annulla il provvedimento impugnato;
    2) accerta la sussistenza del diritto invocato dal ricorrente;
    3) condanna l'Amministrazione intimata al pagamento delle somme dovute in relazione ai periodi di ferie non godute, di cui sopra.
    Compensa le spese di giudizio.
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 4 maggio 2011 con l'intervento dei magistrati:
     
    IL PRESIDENTE
    Renzo Conti
    L'ESTENSORE
    Arcangelo Monaciliuni
    IL PRIMO REFERENDARIO
    Roberta Cicchese
     
    Depositata in Segreteria l'11 maggio 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
     

    Permesso di soggiorno per lavoro stagionale (e preavviso di rigetto)

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    N. 1108/2011 Reg. Prov. Coll.
    N. 526 Reg. Ric.
    ANNO 2009
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Quarta) ha pronunciato la presente
    SENTENZA
    sul ricorso numero di registro generale 526 del 2009, proposto da:
    A. N., rappresentato e difeso dall'avv. Aldo Valtimora, con domicilio eletto presso S. V. in Catania, via ...omissis...;
    contro
    Questura di Siracusa - Ufficio Stranieri, Ministero dell'Interno, rappresentati e difesi per legge dall'Avvocatura dello Stato, domiciliataria in Catania, via Vecchia Ognina, 149;
    per l'annullamento
    del decreto del Questore di Siracusa Cat. A.12/Sogg.Rif.Sogg. n. 54/2008, notificato a mani del ricorrente il 5.12.2008, di rigetto istanza rinnovo permesso di soggiorno;
    Visti il ricorso e i relativi allegati;
    Visti gli atti di costituzione in giudizio della Questura di Siracusa - Ufficio Stranieri e del Ministero dell'Interno;
    Viste le memorie difensive;
    Visti tutti gli atti della causa;
    Relatore nell'udienza pubblica del giorno 28 aprile 2011 il dott. Rosalia Messina e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
    Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue;
    FATTO E DIRITTO
    Con il ricorso in esame viene impugnato il decreto del Questore di Siracusa, meglio indicato in epigrafe, di rigetto dell'istanza di rinnovo del permesso di soggiorno presentata dall'odierno ricorrente. Avverso detto provvedimento è stata innanzitutto dedotta la nullità dell'atto per la mancata traduzione dello stesso in lingua conosciuta dallo straniero; inoltre, si lamenta l'omissione della comunicazione di avvio del procedimento di rigetto, nonché la mancanza o erroneità della motivazione.
    Con ordinanza n. 592 del 2009 questa sezione ha accolto la domanda cautelare avanzata da parte ricorrente, ai limitati fini del riesame dell'istanza dello straniero con particolare riguardo alle circostanze relative allo stato di salute del medesimo.
    La Questura di Siracusa ha comunicato alla Segreteria di questo Tribunale ed all'Avvocatura dello Stato - nota del 4.5.2009 - di avere proceduto al riesame disposto con la su richiamata decisione cautelare, sottolineando, in premessa, che il richiedente è stato titolare di un permesso di soggiorno per lavoro stagionale scaduto il 4.2.2008, e che il rinnovo è stato chiesto dall'interessato sempre per lavoro stagionale. L'ufficio ha rifiutato l'accoglimento sulla base della stagionalità del visto ottenuto col primo ingresso nel territorio italiano da parte dell'odierno ricorrente; nella nota di cui trattasi viene rilevato che su questo aspetto non vi sono state contestazioni.
    La nota in questione chiarisce ancora che, nelle more, è intervenuto un mutamento nella situazione dello straniero, vittima di un incidente automobilistico verificatosi in data 5.5.2008, sicché il titolo di soggiorno da rilasciare dovrebbe essere della tipologia prevista dall'articolo 35 del decreto legislativo n. 286 del 1998 (per cure mediche).
    Altra circostanza segnalata dall'amministrazione nella ripetuta nota riguarda un episodio di rilievo penale (rissa fra extracomunitari in una pubblica via), verificatosi in Rosolini in data 29.3.2009, episodio a seguito del quale l'odierno ricorrente veniva espulso dal territorio nazionale, successivamente arrestato per inottemperanza al decreto di espulsione, e infine scarcerato.
    In definitiva, il Questore di Siracusa ha ritenuto di confermare il diniego del rilascio del titolo di soggiorno sia in considerazione della pendenza di un provvedimento espulsivo pienamente valido ed efficace a carico dello straniero, sia sulla base della considerazione che lo stato di salute del ricorrente non è talmente grave da ritenere impossibile l'espulsione.
    Il ricorso è infondato e non merita accoglimento.
    Il provvedimento impugnato è esaustivamente motivato con il richiamo delle norme vigenti in materia di autorizzazione stagionale al lavoro. Come affermato ripetutamente da questa sezione, in adesione ad un orientamento costante della giurisprudenza formatasi in materia (v., fra altre, la sentenza 12.03.2010 n. 610), secondo la vigente normativa (artt. 24 del d.lgs. n. 286/1998 e 38 del D.P.R. n. 349/1999), l'autorizzazione al lavoro stagionale è caratterizzata dalla provvisorietà dell'impiego in funzione delle esigenze di manodopera del settore agricolo; al termine del periodo lavorativo e, quindi, alla scadenza del permesso di soggiorno, il lavoratore straniero non può ulteriormente permanere sul territorio nazionale attraverso un rinnovo automatico del titolo di soggiorno. Solo rientrando nel suo paese acquisisce il diritto di precedenza nell'anno successivo per ragioni di lavoro stagionale, ottenendo così, al secondo ingresso in Italia, la conversione del permesso di soggiorno da lavoro subordinato stagionale a permesso di soggiorno per lavoro subordinato, titolo quest'ultimo rinnovabile in presenza di un contratto di lavoro a tempo indeterminato o determinato.
    Non è, pertanto consentito il rinnovo automatico del titolo di soggiorno per motivi di lavoro stagionale, dovendo il lavoratore interessato seguire la più complessa procedura specificata nell'art. 24, comma 4, d.lgs. n. 286/98 e nell'art. 38, comma 7, D.P.R. n. 394/99.
    Occorre al riguardo rilevare che l'operatività della disposizione di cui all'art. 38, comma 7, del D.P.R. n. 349/1999 non concerne la sola ipotesi in cui il rapporto di lavoro stagionale cessi effettivamente alla scadenza del periodo massimo previsto (nove mesi), in quanto il permesso di soggiorno per lavoro stagionale non è automaticamente rinnovabile neanche nell'ipotesi in cui il soggetto interessato, alla scadenza del rapporto stagionale, sia in possesso di un nuovo contratto di lavoro della stessa tipologia e neppure per attesa occupazione in caso di perdita del posto di lavoro ex art. 5, comma 1, e art. 22, comma 11, d.lgs. n. 286/1998.
    Nella fattispecie in esame, è pacifico che il ricorrente ha fruito di un permesso di soggiorno per lavoro stagionale, né egli ha comprovato la sussistenza dei presupposti richiesti dalla normativa vigente per la conversione del titolo posseduto in permesso per lavoro subordinato.
    Quanto allo stato di salute del ricorrente, gli stessi eventi verificatisi successivamente al diniego impugnato (rissa, arresto) comprovano che esso non è connotato da tale gravità da giustificare la permanenza in Italia, per altro a fronte di provvedimenti espulsivi dei quali il ricorrente è destinatario.
    La mancata traduzione del decreto in una lingua conosciuta dal ricorrente costituisce, per giurisprudenza costante, una mera irregolarità (v., fra altre, Tar Perugia, I, n. 38/2011).
    Con riguardo alla lamentata violazione dell'art. 10 bis legge n. 241/1990, il collegio - pur essendosi in precedenza orientato diversamente, soprattutto in numerose ordinanze cautelari, nelle quali aveva aderito all'orientamento minoritario (v., ad es., T.A.R. Lombardia Milano, sez. II, 13 gennaio 2010, n. 22) secondo il quale dal preavviso di rigetto l'amministrazione non può prescindere nemmeno nelle ipotesi in cui il provvedimento da adottare sia vincolato - ritiene di dover rimeditare la questione, e di dover seguire la più diffusa tesi secondo cui nelle predette ipotesi si applica il disposto dell'art. 21 octies l. n. 241/1990, a tenore del quale "non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello concretamente adottato" (T.A.R. Piemonte Torino, I, 14 gennaio 2011, n. 16 e 14 giugno 2006, n. 2487; in senso analogo T.A.R. Emilia Romagna Bologna, II, 0 novembre 2006, n. 2875; Tar Palermo, I, n. 541/2011; Tar Perugia, I, n. 38/2011, cit.).
    In conclusione, il ricorso deve essere respinto; l'accoglimento dell'istanza cautelare giustifica la compensazione delle spese processuali.
    P. Q. M.
    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Quarta) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta.
    Spese compensate.
    Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
    Così deciso in Catania nella camera di consiglio tenutasi nei giorni 28 aprile 2011 e 9 maggio 2011 con l'intervento dei magistrati:
     
    IL PRESIDENTE-ESTENSORE
    Rosalia Messina
    IL PRIMO REFERENDARIO
    Dauno Trebastoni
    IL PRIMO REFERENDARIO
    Giuseppa Leggio
     
    Depositata in Segreteria il 10 maggio 2011
    (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)
     


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